Dio e scienza scienziati credenti

La celebre massima «Poca scienza allontana da Dio, molta scienza avvicina a Dio» è tradizionalmente attribuita al chimico e biologo francese Louis Pasteur. Il suo autore ci vuole trasmettere l’idea che un’infarinatura superficiale della materia possa generare superbia e scetticismo, mentre uno studio approfondito e rigoroso porti a riconoscere l’ordine e la complessità del creato, stimolando l’Umiltà e la Fede [1, 2]. Infatti la realtà racconta una storia diversa, fatta di matematici, fisici e genetisti che nella loro ricerca non hanno trovato un ostacolo alla fede, ma spesso un motivo in più per credere. È necessario parlarne con onestà intellettuale, senza pretendere di chiudere un dibattito secolare in poche righe, ma per restituire un po’ di equilibrio ad un tema troppo spesso semplificato.

Una contrapposizione più mediatica che reale

L’idea che scienza e fede siano due mondi inconciliabili è soprattutto un’immagine “virtuale”, costruita da un certo modo di raccontare la scienza più che dalla scienza stessa. Chi lavora ogni giorno con il metodo sperimentale sa bene che quel metodo non può dimostrare l’esistenza di Dio, ma per la stessa ragione non può nemmeno smentirla: i due piani semplicemente non si toccano.

Nella realtà dei fatti, una larga parte degli scienziati non ha alcuna difficoltà a definirsi credente. Spesso accade il contrario di quanto si immagina: più si approfondisce un campo del sapere — l’astronomia, la fisica delle particelle, la biologia — più affiora in molti studiosi la percezione di un ordine e di un’intelligenza che superano ciò che è visibile e misurabile.

Spesso questa percezione nasce davanti alla bellezza dell’ordine che caratterizza il creato: dalle particelle infinitesimali della materia ai grandi ammassi di galassie e alle loro interazioni gravitazionali. Non è un caso che proprio questa intuizione tocchi corde profonde. Blaise Pascal la racchiuse in una frase divenuta celebre: il cuore, scriveva, ha ragioni che la ragione stessa non conosce. Non si trattava di un invito al sentimentalismo, ma del riconoscimento di una forma di conoscenza diversa da quella puramente razionale, già nota fin dai tempi di Platone come intuizione intellettuale o pensiero noetico.

Intesa in questo modo, la scienza non si limita a non contraddire la fede: può addirittura rafforzarla. Forse, allora, la vera distinzione da fare non è tra scienza e fede, ma tra scienza e religione intesa come insieme di atteggiamenti storici e cultuali: una differenza che cambia parecchio i termini della discussione, come vedremo ripercorrendo il pensiero di alcuni scienziati.

Antonio Ambrosetti: quando un matematico racconta la sua fede

Tra le voci più lucide su questo tema c’è quella di Antonio Ambrosetti, matematico scomparso nel 2020, a lungo professore di Analisi matematica alla Scuola Normale Superiore di Pisa e alla SISSA di Trieste, autore di oltre 130 lavori scientifici e socio dell’Accademia dei Lincei. Un curriculum che lo collocherebbe, secondo lo stereotipo, tra gli scienziati “necessariamente” scettici verso ogni idea di Dio.

Eppure Ambrosetti scrisse un libro, La matematica e l’esistenza di Dio, in cui raccontava con sincerità il proprio percorso interiore. Si descriveva come “un discreto matematico, ma un tiepido credente”, confessando il timore di non testimoniare a sufficienza la propria fede in un ambiente accademico che lo conosceva solo come scienziato.

Il passaggio più toccante riguarda la sua giovinezza, quando ai primi dubbi esistenziali — il male nel mondo, le guerre, la morte degli innocenti — si affiancava comunque una certezza che nessun ragionamento riusciva a scalfire: la sensazione che Dio e la razionalità fossero due aspetti complementari della stessa realtà umana, distinti ma entrambi fondamentali.

È un punto centrale: per Ambrosetti la fede non occupava lo spazio lasciato vuoto dalla scienza, né viceversa. Erano due dimensioni reali, che non avevano bisogno di farsi la guerra per coesistere in una stessa persona, e che anzi si rafforzavano a vicenda. Una conclusione tutt’altro che scontata in un ambiente accademico in cui, come lui stesso ammetteva, professarsi credenti non è sempre la cosa più semplice da fare, anche solo per il timore di essere percepiti come meno rigorosi sul piano scientifico — un timore che la sua intera carriera, fatta di premi internazionali e cattedre prestigiose, contribuisce a smontare con i fatti più che con le parole.

Zichichi e Veronesi: due scienziati, due risposte al dolore

Un confronto pubblico particolarmente acceso fu quello tra l’oncologo Umberto Veronesi e il fisico Antonino Zichichi, scomparso nel 2026. Entrambi scienziati di primissimo piano, si trovarono su posizioni opposte a partire da un’affermazione di Veronesi tanto netta quanto provocatoria: dopo Auschwitz, scriveva, il cancro è la prova che Dio non esiste. Per lui, privo di una visione di Fede, l’esistenza del male, in tutte le sue forme, era incomprensibile e gli rendeva insostenibile l’idea di un Creatore.

Zichichi rispose pubblicamente, riconoscendo la tragicità di quei riferimenti ma rifiutandone la conclusione. La scienza, osservava, dimostra che la materia dell’universo non si comporta in modo casuale, ma segue una logica precisa — e una logica, per esistere, richiede un autore. Aggiungeva poi un argomento più ampio: la vita umana non si esaurisce nella sola sfera “immanente”, quella accessibile ai sensi e governata dalla scienza. Esiste anche una sfera trascendente, capace di spiegare un’evoluzione culturale — a partire dall’invenzione della scrittura — molto più rapida di quella biologica.

Per Zichichi, insomma, è proprio la coerenza interna del cosmo a rendere implausibile che tutto sia nato dal caos. E l’ateismo che si fonda sulla sofferenza per negare Dio, sosteneva, finisce per scontrarsi con la stessa logica che pretende di usare per argomentare: nega un ordine che la scienza, ogni giorno, conferma di trovare ovunque guardi.

Resta naturalmente un confronto tra posizioni legittime pur se diverse, sostenute da due personalità di altissimo livello scientifico: la loro diatriba mostra bene come il tema di Dio non sia affatto estraneo al lavoro degli scienziati, ma ne accompagni spesso le riflessioni più profonde.

De Giorgi e Lejeune: lo stupore come metodo

Due figure meno note al grande pubblico, ma altrettanto significative, sono il matematico Ennio De Giorgi e il genetista francese Jérôme Lejeune. De Giorgi, tra i più importanti matematici italiani del Novecento, univa un rigore scientifico fuori discussione a una visione religiosa profonda. Una sua frase rende bene l’idea: tutto ciò che riusciamo a vedere nel finito ci appare incomprensibile, scriveva, se non lo pensiamo come parte di un quadro più ampio e infinito — e il fatto che quel quadro resti in gran parte sconosciuto non significa che non esista (a questo riguardo ho scritto qualcosa qui).

Per De Giorgi l’umiltà del vero ricercatore si univa ad una sorta di gioia contemplativa: la disponibilità a lasciarsi sorprendere da un’intuizione felice, da una coincidenza inattesa, quasi fosse la Sapienza stessa a venire incontro allo studioso. Non un sapere generico, ma quello evocato dalla Scrittura, dove si legge che la scienza vale più delle perle (cfr Prov 8,11).

Jérôme Lejeune, lo scopritore della trisomia 21 alla base della sindrome di Down, arrivò a conclusioni simili partendo dai suoi studi sui cromosomi. Di fronte alla straordinaria complessità della vita, scriveva mostrando l’assurdità insita nell’immaginare che il caso da solo possa costruire una macchina più complicata di qualsiasi computer: deve esserci, diceva, “qualcos’altro” — un’informazione, uno spirito — il cui ingresso nella materia resta in gran parte un mistero.

Due strade diverse, una matematica e l’altra genetica, che arrivano ad una conclusione comune: la complessità ordinata che si constata ogni giorno nei due diversi campi d’azione non è spiegabile come un mero accidente.

Perché l’ateismo convince meno di quanto si creda

Vale la pena anche guardare ai numeri. Le statistiche più recenti raccontano una realtà ben diversa da quella spesso data per scontata: in Italia oltre la metà degli scienziati — circa il 60% — non ha alcun problema a definirsi credente, un dato che ha progressivamente smentito stime più datate e molto più pessimistiche sul rapporto tra cultura scientifica e fede.

Resta naturalmente anche chi sostiene posizioni più nettamente atee, spesso a partire da un’idea preconcetta da dimostrare ad ogni costo piuttosto che da un percorso di ricerca aperto. È una posizione può apparire legittima, ma che a ben vedere rivela alcuni limiti strutturali: è una tesi indimostrabile quanto il suo opposto, raramente sostenuta con la stessa intensità con cui si sostiene una fede positiva, e — secondo molte testimonianze di chi l’ha abbandonata nel tempo — spesso non definitiva.

C’è poi un argomento più filosofico che storico: il presunto conflitto, se si guarda con attenzione ai casi più celebri — da Galileo in avanti — nasce quasi sempre da un problema di interpretazione religiosa più che da un contrasto reale tra fede e ricerca scientifica. Era la rigidità di certi atteggiamenti culturali, non la fede in sé, a generare l’incomprensione.

Una complementarità, non un conflitto

Il filo che lega le storie di Ambrosetti, Zichichi, De Giorgi e Lejeune non è l’uniformità delle conclusioni — restano sensibilità e accenti diversi — ma la convinzione condivisa che la scienza, presa sul serio fino in fondo, non chiuda la porta a Dio. Al contrario, spesso la spalanca.

La scienza può spiegare come funzionano le cose; resta alla fede il compito di indicarne il perché. Sono due ordini di conoscenza distinti, con la propria autonomia, ma non per questo in competizione: più simili, se si vuole usare un’immagine semplice, alla base e alla cima di una stessa montagna, parzialmente nascosta da una coltre di nuvole, ma comunque parte dell’unico monte che si erge davanti a noi, per utilizzare un’immagine di cui ho già scritto in precedenza.

Sono in fondo le “ragioni del cuore” di cui parlava Pascal, accolte non come fuga dalla razionalità, ma come suo naturale completamento. La stessa idea, del resto, percorre anche la riflessione biblica più antica: già nel libro della Genesi l’uomo viene posto a immagine di Dio proprio nell’atto della creazione, chiamato non a dominare il mondo in modo arbitrario, ma ad amministrarlo con responsabilità e cura, scoprendo nelle cose create un riflesso di Chi le ha pensate.

Per molti grandi scienziati, guardare a fondo nella materia, negli astri o nel codice genetico della vita non ha significato perdere Dio di vista. Ha voluto dire, piuttosto, imparare a riconoscerlo — non come ostacolo alla ricerca, ma come orizzonte ultimo verso cui quella stessa ricerca, condotta onestamente, sembra naturalmente condurre.


Scopri di più da AM graffiti

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Scopri di più da AM graffiti

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere