Mercoledì 21 ottobre, a Palazzo Borromeo, la Conferenza episcopale italiana e il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (PISAI) hanno presentato le Schede per conoscere l’Islam: undici capitoli, quasi cento pagine, pensati per aggiornare i libri di testo dell’insegnamento della religione cattolica (IRC) e la formazione dei docenti. Il cardinale Matteo Zuppi ha definito il sussidio un antidoto alla violenza e all’ignoranza; mons. Giuseppe Baturi ha parlato di ponti per una scuola laboratorio di pace.
Scrivo queste righe da figlio della Chiesa, con il rispetto dovuto ai pastori e con la libertà che il Vangelo stesso affida a ogni battezzato: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo» (Mt 18,15). La correzione fraterna appartiene alla carità. E la carità oggi chiede di dire con chiarezza che questo sussidio, così com’è, rischia di confondere proprio le persone che dovrebbe formare: gli studenti e i loro insegnanti.
L’ora di religione cattolica ha un’identità precisa
L’IRC nasce dall’Accordo di revisione del Concordato del 1984 e trasmette la cultura religiosa secondo i principi della fede cattolica. Il Codice di diritto canonico chiede che gli insegnanti di religione eccellano «per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica» (can. 804 §2). Conoscere le altre religioni rientra a pieno titolo nel programma: un ragazzo italiano deve sapere che cosa sono il Ramadan o la moschea del suo quartiere, e chi ha in classe compagni musulmani lo sa bene.
La questione riguarda il punto di vista. La Presentazione firmata da mons. Baturi e dal preside del PISAI spiega che le schede nascono dalla collaborazione tra esperti musulmani e cristiani per la «corretta conoscenza e trasmissione dell’Islam». Un testo scritto a quattro mani porta però con sé lo sguardo di entrambi gli autori, e in un sussidio per l’ora di religione cattolica questo sguardo misto produce effetti visibili.
Il titolo della scheda 4 lo mostra con evidenza: «Il Corano: parola rivelata di Dio». Manca qualsiasi cornice del tipo «secondo la fede islamica». Lo studente riceve così, dentro l’ora di religione cattolica, un’affermazione teologica che la Chiesa non condivide. Eppure la scheda 9 ricorda con onestà che per il cristiano il vero corrispettivo del Corano è Cristo, il Verbo fatto carne (Gv 1,14). Le due pagine convivono nello stesso volume senza dialogare tra loro, e il docente meno preparato fatica a ricomporle.
Il jihad addolcito e le pagine che mancano
A pagina 67 la scheda 8 descrive il Corano come un testo «sostanzialmente pacifista», che ammette «in genere» solo la guerra difensiva; versetti come 9,5, che esortano a combattere gli infedeli, andrebbero letti alla luce del contesto storico. Il testo stesso riconosce poche righe prima la «complessità» del tema. Lo studente però non trova traccia della dottrina giuridica classica del jihad, elaborata per secoli dalle scuole di diritto islamico.
C’è di più. La scheda 4 spiega altrove la scienza «dell’abrogante e dell’abrogato»: i versetti rivelati per ultimi prevalgono su quelli precedenti. La stessa scheda precisa che ogni riferimento al jihad compare nelle sure medinesi, le più tarde. Un insegnante attento collega i due dati e capisce che i versetti della pazienza appartengono al periodo più antico, quelli del combattimento al più recente. Il ragazzo, invece, conserva soltanto l’immagine più immediata.
La storia segue la stessa linea. La scheda 2 presenta le razzie di Medina come necessità economica e l’ingresso armato alla Mecca come gesto tollerante; racconta la conquista della Spagna, della Francia meridionale e di Costantinopoli come semplice espansione. La scheda 7 menziona l’espulsione delle tribù ebraiche da Medina senza alcun commento. Il matrimonio, a pagina 52, diventa un contratto in cui il Corano «consiglia una sola moglie», mentre la quota ereditaria dimezzata per la figlia (sura 4,11) e l’asimmetria del ripudio restano in ombra.
Va riconosciuto un merito. A pagina 57 la scheda 7 ammette che la tradizione islamica ha punito l’apostasia con la morte e che questa pena sopravvive oggi in Paesi come Afghanistan, Arabia Saudita, Iran e Pakistan, insieme alla pena capitale per la blasfemia in molte legislazioni. Sono righe preziose. Il resto del volume, purtroppo, ne attenua il peso con un tono costantemente conciliante.
Che cosa insegna il Magistero
Il Concilio Vaticano II guarda ai musulmani «con stima» (Nostra Aetate 3), ma la stessa dichiarazione, al numero 2, ricorda però che la Chiesa «annuncia, ed è tenuta ad annunciare incessantemente il Cristo che è via, verità e vita» (Gv 14,6). San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Redemptoris missio (n. 55), afferma che il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice, in intimo legame con l’annuncio di Cristo.
La dichiarazione Dominus Iesus (2000) afferma che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, ma che oggettivamente si trovano «in una situazione gravemente deficitaria» rispetto a chi, nella Chiesa, possiede la pienezza dei mezzi salvifici (n. 22). Il sussidio stesso, nella nota 30 della scheda 11, ammette la tensione tra questo documento e la frase di Abu Dhabi che chiama il pluralismo delle religioni «sapiente volontà divina». Allo studente, tuttavia, nessuna pagina offre gli strumenti per sciogliere il nodo.
Giovanni Paolo II, in Ecclesia in Europa (n. 57), raccomanda di vivere il rapporto con l’Islam con prudenza e con idee chiare sulle sue possibilità e i suoi limiti, e chiede che la reciprocità nella libertà religiosa diventi una richiesta esplicita delle istituzioni europee; in Ecclesia in Africa chiede un dialogo libero dal falso irenismo e dal fondamentalismo militante, capace di denunciare ogni mancanza di reciprocità nella libertà religiosa (n. 66). Benedetto XVI, a Ratisbona nel 2006, citò l’imperatore Manuele II: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». Le schede ricordano quella lezione come un «incidente».
La Chiesa dei secoli passati conosceva bene questa sfida. Callisto III, nel 1456, ordinò il suono delle campane a mezzogiorno per implorare l’aiuto di Dio contro l’avanzata ottomana. San Pio V affidò al Rosario la flotta cristiana di Lepanto, e ogni 7 ottobre la liturgia celebra ancora la Madonna del Rosario, nata come festa di Santa Maria della Vittoria. Sono segni visibili che la dicono lunga su quale debba essere la posizione degli Insegnanti di Religione Cattolica su questo tema così delicato quanto attuale.
Reciprocità e verità, condizioni del dialogo
Papa Francesco, in Evangelii gaudium 253, chiede di evitare «odiose generalizzazioni» verso i musulmani. Le schede citano questa frase. Nello stesso numero, però, il Papa implora i Paesi di tradizione islamica di assicurare ai cristiani la libertà di culto, «tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali». Questa seconda metà del testo manca nel sussidio, oltre che nella realtà dei fatti. Infatti i rapporti annuali di Aiuto alla Chiesa che Soffre documentano persecuzioni e gravi discriminazioni contro i cristiani in diversi Paesi a maggioranza musulmana.
Lo stesso Francesco, all’università di al-Azhar nel 2017, indicò come prima regola del dialogo «il dovere dell’identità», perché nessun dialogo autentico si costruisce sull’ambiguità o sul sacrificio del bene per compiacere l’altro. Le schede riportano queste parole in una nota a piè di pagina. Meriterebbero di diventarne il criterio guida.
La chiave resta la distinzione tra le persone e i sistemi dottrinali. Molti musulmani vivono la loro fede con onestà e pietà sincera, e il Catechismo li include nel disegno di salvezza (n. 841). Proprio il rispetto verso di loro chiede di dire la verità su una tradizione giuridica che ha previsto la condizione subordinata dei non musulmani (la dhimma, con la tassa di capitazione ricordata dalla stessa scheda 11) e pene durissime per chi abbandona la fede. Tacere questi dati priva gli studenti di elementi essenziali e lascia soli anche i musulmani riformisti che li affrontano apertamente.
Una proposta ai nostri vescovi
Tre correzioni basterebbero a restituire al sussidio la sua coerenza. La prima: inquadrare ogni contenuto dottrinale islamico con formule esplicite come «secondo la fede musulmana», a partire dal titolo della scheda 4. La seconda: affiancare alle schede una sezione curata da teologi cattolici, che metta a confronto la proposta islamica con la rivelazione cristiana alla luce di Dominus Iesus. La terza: completare il quadro storico e giuridico con i nodi aperti, dal jihad all’abrogazione, dalla condizione della donna all’apostasia, fino alla reciprocità.
Gli insegnanti di religione meritano strumenti che li aiutino a parlare di Cristo con chiarezza, anche davanti a compagni di classe musulmani. Gli stessi studenti musulmani, del resto, hanno diritto di incontrare nella scuola italiana una fede cristiana sicura di sé, capace di rispetto perché radicata nella verità.
San Paolo indica la misura di ogni correzione fraterna: «agendo secondo verità nella carità» (Ef 4,15). Chiediamo ai nostri pastori di tornare a questo equilibrio, che il Magistero ha sempre custodito. E affidiamo la richiesta alla preghiera, perché la Chiesa italiana continui ad annunciare con gioia l’unico Salvatore del mondo, Gesù Cristo, morto e risorto per tutti, musulmani compresi.
Bibliografia essenziale
- CEI – PISAI, Schede per conoscere l’Islam, Roma 2025.
- Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium (1964), n. 16; Dichiarazione Nostra Aetate (1965), nn. 2-3.
- Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Redemptoris missio (1990), n. 55.
- Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Ecclesia in Africa (1995), n. 66.
- Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Ecclesia in Europa (2003), n. 57.
- Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dominus Iesus (6 agosto 2000), n. 22.
- Benedetto XVI, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni, Lectio all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006.
- Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013), nn. 252-253.
- Francesco, Discorso alla Conferenza internazionale per la pace, al-Azhar, 28 aprile 2017.
- Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 841.
- Codice di Diritto Canonico, can. 804.
- Accordo di revisione del Concordato lateranense, 18 febbraio 1984, art. 9.
- Samir Khalil Samir, Cento domande sull’Islam, intervista a cura di G. Paolucci e C. Eid, Marietti 1820, Genova 2002.
- Aiuto alla Chiesa che Soffre, Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, XVII edizione, ottobre 2025.










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