Abusi contro l'Eucaristia

Nella visione del capitolo 6 di Isaia c’è un dettaglio che spesso sfugge. Il serafino, una creatura fatta di amore infuocato, prende il carbone ardente dall’altare con le molle. Usa uno strumento perché quel carbone appartiene al luogo del sacrificio e porta in sé una santità che persino lui tratta con riverente timore. Solo dopo lo avvicina alle labbra del profeta, e quel contatto cancella la colpa.

I Padri della Chiesa, soprattutto in Oriente, hanno letto in quel carbone un’immagine dell’Eucaristia. San Giovanni Damasceno osservava che il carbone unisce il legno e il fuoco, così come il pane consacrato unisce la materia alla divinità. Se accettiamo questa lettura, il gesto del serafino diventa una lezione anche per noi: davanti al Santissimo Sacramento la cura, la delicatezza e il rispetto contano.

Da qui nasce la domanda che intendo porre. Perché la Chiesa considera così gravi gli abusi contro l’Eucaristia? E perché la questione riguarda ogni fedele, oltre ai sacerdoti e ai liturgisti?

Le molle del serafino: un gesto che insegna

Il racconto di Isaia procede per contrasti di grandezza. Il re Ozia muore lebbroso dopo aver preteso di offrire l’incenso al posto dei sacerdoti. Poco dopo il profeta contempla il vero Re sul trono, e i serafini si coprono il volto mentre proclamano tre volte la Sua santità. Il Tempio trema e si riempie di fumo.

In questa cornice il dettaglio delle molle acquista peso. Ozia aveva oltrepassato un limite sacro con disinvoltura e ne aveva pagato le conseguenze. Il serafino, al contrario, conosce la distanza tra la creatura e ciò che appartiene a Dio, e la rispetta anche mentre compie un’opera di misericordia.

La Scrittura ci consegna così due atteggiamenti possibili davanti alle cose sante: la presunzione di chi le maneggia come oggetti propri e la riverenza di chi le riceve come un dono. Il primo atteggiamento ferisce, il secondo purifica.

Il carbone, poi, tocca le labbra di Isaia per guarirle. Dio desidera avvicinarsi all’uomo, perfino a quello che si riconosce impuro. Proprio questo rende l’abuso così doloroso: chi tratta con leggerezza l’Eucaristia ferisce un dono che Dio ha pensato per salvarlo. La gravità dell’abuso cresce in proporzione alla grandezza dell’amore che lo precede.

Che cosa c’è davvero sull’altare

Ogni riflessione sugli abusi parte da una verità di fede. La Chiesa insegna che nell’Eucaristia Gesù Cristo è presente con il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Anima e la sua Divinità. Ne ho parlato più ampiamente nell’articolo Adorare e ricevere: la Presenza Reale di Cristo e la dignità del Culto Eucaristico, dove sant’Agostino ricordava che nessuno mangia quella carne senza prima averla adorata.

Il Concilio di Trento aggiunge un insegnamento decisivo, che il Catechismo riprende al n. 1377: Cristo è presente tutto intero in ciascuna specie e in ciascuna delle sue parti. Anche un frammento dell’Ostia contiene il Signore. Questa verità spiega l’attenzione che la Chiesa ha sempre riservato alle particole, alla patena e alla purificazione dei vasi sacri.

Il Vangelo di Giovanni offre un ulteriore elemento. Commentando la visione di Isaia, l’evangelista afferma che il profeta vide la gloria di Gesù (Gv 12,41). Il Signore davanti al quale i serafini si velano il volto è lo stesso che si rende presente sull’altare ad ogni Messa.

Se teniamo insieme queste verità, la conclusione appare limpida. Un gesto irriverente verso l’Ostia raggiunge una Persona. Qui sta la radice della gravità: l’abuso eucaristico colpisce Cristo stesso nel sacramento in cui ha scelto di rimanere con noi.

Che cosa intende la Chiesa per abuso

La parola “abuso” può suonare vaga, e conviene chiarirla. Nel linguaggio della Chiesa indica un uso scorretto di ciò che il Signore le ha affidato, un modo di trattare il sacramento che contraddice la sua natura e le norme che lo custodiscono.

Il Concilio Vaticano II stabilisce un principio semplice nella costituzione Sacrosanctum Concilium (n. 22): nessuno, anche se sacerdote, può aggiungere, togliere o mutare di propria iniziativa qualcosa nella liturgia. La liturgia appartiene alla Chiesa intera, e nessun celebrante ne dispone come di un possesso privato.

L’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004) distingue diversi livelli di gravità. Al vertice colloca i delitti più gravi, i cosiddetti graviora delicta: la profanazione delle specie consacrate, la loro asportazione o conservazione a scopo sacrilego (n. 172). Seguono altri abusi gravi e, infine, una serie di negligenze che la Chiesa chiede comunque di correggere con pazienza.

Il diritto canonico conferma questa serietà. Il can. 1367 prevede la scomunica latae sententiae, riservata alla Sede Apostolica, per chi profana le specie consacrate o le sottrae e le conserva a scopo sacrilego. Si tratta di una delle sanzioni più severe dell’intero ordinamento.

Questa gerarchia ci aiuta a ragionare con equilibrio. Un furto dell’Ostia per un rito satanico e una genuflessione dimenticata hanno pesi diversi. Tutti, però, appartengono alla stessa questione: il modo in cui trattiamo il Signore presente.

Il sacrilegio: una parola da comprendere

Il Catechismo definisce il sacrilegio come la profanazione o il trattamento indegno dei sacramenti, delle azioni liturgiche, delle persone e dei luoghi consacrati. E precisa che si tratta di un peccato grave, soprattutto quando riguarda l’Eucaristia, perché in questo sacramento il Corpo di Cristo si rende presente in modo sostanziale (CCC 2120).

San Paolo usa parole forti con i Corinzi: chi mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno diventa colpevole verso il Corpo e il Sangue del Signore (1 Cor 11,27). E aggiunge che chi mangia senza riconoscere il Corpo mangia la propria condanna (1 Cor 11,29).

Questo insegnamento riguarda da vicino ciascuno di noi. La forma di sacrilegio più diffusa ha poco a che fare con l’occultismo o con la profanazione eclatante. Avviene in silenzio, nelle file per la Comunione, quando qualcuno riceve il Corpo di Cristo pur sapendo di trovarsi in peccato grave, senza essersi confessato.

Qui la visione di Isaia torna preziosa. Il profeta riconosce le proprie labbra impure e lo dice apertamente. Il suo “ohimè” precede la purificazione. Chi si accosta all’altare con un peccato grave sulla coscienza salta questo passaggio, e trasforma il fuoco che guarisce in un fuoco che giudica.

La Chiesa offre la via d’uscita con generosità: il sacramento della Confessione. Lì il fuoco del perdono tocca la vita del penitente e lo prepara a ricevere degnamente il Signore.

Gli abusi più diffusi, quelli che passano inosservati

Accanto ai delitti più gravi esiste una zona grigia di negligenze quotidiane. Proprio perché comuni, rischiano di sembrarci normali.

Pensiamo ai frammenti. Chi riceve la Comunione sulla mano dovrebbe assumere subito l’Ostia davanti al ministro, come chiede Redemptionis Sacramentum al n. 92. Spesso invece qualcuno si allontana con la particola tra le dita, o la consuma distrattamente lungo il corridoio. Le briciole consacrate finiscono sul pavimento, calpestate da chi passa.

Pensiamo alla preparazione. Ricevere il Signore dopo un ingresso frettoloso, senza un momento di raccoglimento, senza l’ora di digiuno eucaristico, svuota il gesto del suo significato. Nell’articolo Entrare nella Casa di Dio: come educare la nostra sensibilità al Mistero ho raccolto alcune indicazioni concrete: arrivare in anticipo, inginocchiarsi davanti al tabernacolo, custodire il silenzio, vestire con decoro.

Pensiamo infine al dopo. Gesù resta presente in noi nelle Sacre Specie per alcuni minuti. Uscire di corsa dalla chiesa subito dopo la Comunione equivale a ignorare l’Ospite appena accolto in casa.

A queste negligenze dei fedeli si aggiungono quelle che talvolta nascono dalle celebrazioni stesse: improvvisazioni, testi inventati, vasi sacri sostituiti con contenitori comuni, un clima da spettacolo più che da preghiera. Ciascuno di questi elementi, preso da solo, può sembrare piccolo. Insieme comunicano un messaggio preciso: qui avviene qualcosa di ordinario.

Perché un gesto plasma la fede di tutti

La tradizione cristiana custodisce un antico principio: lex orandi lex credendi, la legge della preghiera stabilisce la legge della fede. Il modo in cui celebriamo modella il modo in cui crediamo.

Il corpo parla prima delle parole. Un fedele che vede il sacerdote trattare l’Ostia con cura, la patena sotto il mento, l’assemblea inginocchiata alla Consacrazione, impara senza bisogno di spiegazioni che lì si trova Dio. Al contrario, chi assiste per anni a gesti frettolosi assorbe a poco a poco l’idea che l’Eucaristia sia solo un simbolo, un pane benedetto, un ricordo.

Le indagini sociologiche degli ultimi decenni registrano proprio questo fenomeno: molti cattolici praticanti dichiarano di non credere nella Presenza Reale. Le cause sono numerose, e la catechesi carente ne occupa una parte importante. Tuttavia la liturgia trascurata contribuisce in modo silenzioso e costante.

Per questo la gravità degli abusi supera la singola offesa. Ogni gesto irriverente indebolisce anche la fede di chi lo osserva, soprattutto dei più giovani e dei più semplici. La Chiesa difende la dignità del culto eucaristico per proteggere la fede del suo popolo, oltre che per rendere a Dio ciò che gli spetta.

Il canto del Santo, con cui ci uniamo ai serafini di Isaia e agli esseri viventi dell’Apocalisse (Ap 4,8), ricorda a ogni Messa in quale coro stiamo entrando. La riverenza ci aiuta a ricordarlo anche quando il canto è finito.

Dall’“ohimè” all’“Eccomi”: la via della riparazione

Davanti a questo quadro la tentazione dello scoraggiamento è forte. La Scrittura però indica una strada. Isaia, purificato, risponde a Dio con prontezza: “Eccomi, manda me!”. L’esperienza della santità di Dio lo trasforma in un inviato.

La Chiesa chiama questa risposta “riparazione”. Nel 1916 l’Angelo apparso ai pastorelli di Fatima consegnò loro una preghiera per chi non crede, non adora, non spera e non ama, e li invitò a consolare Dio per gli oltraggi commessi contro l’Eucaristia. La riparazione nasce dall’amore: chi ama una persona ferita desidera curare la ferita.

Ciascuno può riparare con gesti semplici. Un’ora settimanale di adorazione davanti al Santissimo. Una Confessione frequente, che renda il cuore disponibile al Signore. Un atto di dolore prima della Comunione, che ripeta l’“ohimè” del profeta. Una genuflessione ben fatta, un silenzio custodito, un ringraziamento prolungato dopo aver ricevuto il Corpo di Cristo.

Anche l’educazione appartiene alla riparazione. Spiegare ai figli, agli amici, ai catechizzandi il significato di ciò che accade sull’altare previene molti abusi nati dall’ignoranza più che dalla malizia. Il testo che apre questo articolo lo ricorda bene: spesso ai fedeli manca soprattutto il contesto.

Il fuoco che attende le nostre labbra

Il serafino usò le molle, e poi avvicinò il carbone alla bocca del profeta. In quel gesto convivono la riverenza e la misericordia, il timore e la vicinanza. L’Eucaristia ci chiede lo stesso equilibrio.

Comprendere la gravità degli abusi ci aiuta a ricevere meglio il dono. Ogni Comunione rinnova la scena del Tempio di Gerusalemme: il fuoco dell’altare scende fino a noi per purificarci e mandarci nel mondo. Accoglierlo con cuore preparato rappresenta la risposta più semplice e più vera a un amore così grande.


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