Processo a Galileo Galilei

Una vicenda più complessa di come la si racconta di solito

Pochi episodi della storia moderna sono stati raccontati tante volte, e tante volte semplificati, quanto il processo a Galileo Galilei. Nell’immaginario comune resta l’immagine di uno scienziato perseguitato da un’istituzione oscurantista, chiuso in un carcere, quasi torturato per aver detto una verità scomoda. La documentazione originale degli atti processuali, studiata e commentata da storici come mons. Sergio Pagano, già Prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano, restituisce invece un quadro assai più sfaccettato. Non una favola in bianco e nero, ma una storia fatta di uomini, di errori reciproci, di prudenze mancate e di un contesto culturale che va compreso prima di essere giudicato con gli occhi di oggi.

Ripercorrere questa vicenda con onestà intellettuale non significa negare che Galileo abbia subito un torto, né minimizzare la gravità di una condanna per sospetta eresia. Significa però restituire alla vicenda la sua reale complessità: un intreccio di questioni teologiche, di rivalità accademiche, di imprudenze personali e di un tribunale che, per gli standard del proprio tempo, si mosse con una cautela e persino una benevolenza che la vulgata corrente tende sistematicamente ad ignorare.

Gli studi condotti sugli atti originali del processo mostrano infatti un’istituzione che, pur ferma nei principi dottrinali, cercò più volte una via di composizione con lo scienziato pisano, concedendogli udienze, riguardi personali e persino margini di trattativa che mal si conciliano con l’immagine di un tribunale spietato e vendicativo. Comprendere questi dettagli è un dovere verso la verità storica e non un mero revisionismo, e costituisce l’unico criterio che dovrebbe guidare chiunque voglia raccontare, e non semplicemente giudicare, il passato.

Le prime ombre: Firenze e la lettera a Castelli

Quando nel 1610 Galileo si trasferisce a Firenze come matematico e filosofo del granduca, le sue tesi copernicane iniziano presto a suscitare diffidenza in ambienti accademici ed ecclesiastici. Non si tratta, va detto, di un’ostilità univoca della Chiesa: le prime critiche vengono soprattutto da filosofi aristotelici come Ludovico Delle Colombe, mossi da rivalità scientifica più che da zelo religioso, e da alcuni predicatori isolati.

È in questo clima che nasce, nel dicembre 1613, la Lettera a Benedetto Castelli, in cui Galileo espone un principio che meriterebbe di essere ricordato più spesso: la convinzione che Scrittura e natura, provenendo entrambe da Dio, non possano contraddirsi, e che quindi, a volte, spetti all’interpretazione teologica adeguarsi, quando necessario, alle verità scientifiche dimostrate. È un’intuizione feconda, per certi versi profetica, che anticipa di secoli l’attuale distinzione magisteriale tra verità di fede e verità scientifiche. Ma è anche un testo che, diffuso in copie manoscritte e frainteso da lettori ostili, apre la strada alla denuncia del domenicano Niccolò Lorini al Sant’Uffizio, nel febbraio 1615.

Un predicatore sopra le righe: il caso Caccini

Vale la pena soffermarsi su un episodio spesso trascurato, ma rivelatore del clima dell’epoca: nel dicembre 1614 il domenicano Tommaso Caccini tuonò dal pulpito di Santa Maria Novella contro i matematici copernicani, giocando in modo provocatorio sulle parole della Sacra Scrittura e sulla necessità, secondo lui, di una loro interpretazione esclusivamente letterale. Fu un’iniziativa personale, non un atto ufficiale della Chiesa, e la stessa gerarchia ecclesiastica dell’epoca non mancò di percepirne l’eccesso retorico. Caccini si recò poi a Roma nel marzo 1615 per deporre contro Galileo, dando così avvio formale alla prima fase del fascicolo processuale. È importante ricordare questo dettaglio perché mostra come, accanto a un’istituzione che procedeva con burocratica e prudente cautela, agissero anche singoli individui mossi da zelo personale, le cui iniziative non possono essere confuse con un disegno persecutorio organizzato dai vertici della Chiesa.

Il 1616: un’ammonizione, non una condanna

È bene chiarirlo con precisione, perché su questo punto la memoria collettiva inciampa spesso: nel 1616 Galileo non fu condannato, né processato, né tantomeno imprigionato. I teologi qualificatori del Sant’Uffizio giudicarono la tesi eliocentrica in contrasto con la lettera delle Scritture, e papa Paolo V incaricò il cardinale Roberto Bellarmino, uno dei teologi più equilibrati e stimati dell’epoca, di ammonire Galileo a non sostenere più quella dottrina come verità fisica.

Bellarmino, uomo di grande onestà intellettuale, rilasciò poi a Galileo un certificato che attestava come lo scienziato non avesse subito alcuna abiura né penitenza, ma solo la notifica di una posizione dottrinale. È un dettaglio che dice molto: la Chiesa dell’epoca, pur ferma nel giudizio teologico, non intendeva infierire su un uomo che restava, a tutti gli effetti, un cattolico stimato e persino un consulente prezioso per le sue scoperte astronomiche. Il decreto dell’Indice che sospese il De revolutionibus di Copernico, del resto, non lo vietò in assoluto, ma “fino a correzione”: un atteggiamento cauto, non un rogo di libri.

Anni di dialogo: Urbano VIII e le speranze deluse

L’elezione al soglio pontificio di Urbano VIII, nell’agosto 1623, viene salutata da Galileo con autentico entusiasmo. Maffeo Barberini era un uomo colto, amico personale dello scienziato, ammiratore delle sue scoperte. Nel 1624 lo riceve a Roma in ben sei udienze private, un segno di stima che raramente viene sottolineato a sufficienza nei racconti divulgativi. Il papa non chiude la porta al copernicanesimo: ne consente la trattazione, a patto che resti presentato come ipotesi matematica utile ai calcoli astronomici, e non come verità fisica assoluta.

In quelle stesse udienze, Galileo tentò di spiegare al pontefice un argomento tutt’altro che banale, che meriterebbe oggi maggiore attenzione: la necessità di non legare in modo rigido le verità di fede alle teorie scientifiche del momento. La scienza, per sua natura, è in continuo divenire, corregge sé stessa, supera i propri modelli man mano che le osservazioni si affinano. Ancorare un dogma di fede a una particolare descrizione fisica del cosmo significava, secondo Galileo, esporre la stessa dottrina religiosa al rischio di essere travolta da un futuro progresso scientifico, come già era accaduto in passato con altre rappresentazioni cosmologiche poi superate. Un’intuizione lungimirante, che chiedeva alla teologia di non giocarsi la propria autorità sul terreno mutevole delle scoperte naturali, ma che nel clima del tempo non trovò l’ascolto sperato.

Il Saggiatore e la nascita del metodo scientifico moderno

Fu proprio in questi anni che Galileo scrisse anche Il Saggiatore, capolavoro dedicato allo stesso Urbano VIII e nato dalla polemica scientifica con il gesuita Orazio Grassi sulla natura delle comete apparse nel 1618. Anche in questo caso conviene rammentare che lo scontro, per quanto aspro, si consumò interamente sul piano accademico, senza alcun coinvolgimento del Sant’Uffizio: fu un dibattito tra scienziati, non un processo religioso, benché Galileo in quella disputa sostenesse, ironia della sorte, una tesi fisicamente errata.

Nel Saggiatore Galileo formulò il celebre principio secondo cui il libro della natura è scritto in caratteri matematici. È utile ricordare che, quando alcuni ambienti conservatori tentarono tra il 1624 e il 1626 di accusare Galileo di posizioni atomistiche ritenute pericolose per il dogma eucaristico, l’intervento di prelati influenti e dello stesso pontefice bloccò ogni sviluppo giudiziario, evitando che una discussione filosofica si trasformasse in un procedimento canonico. Fino al 1630, insomma, prevale un clima di dialogo, non di scontro.

Il Dialogo del 1632: un’imprudenza, non un complotto

Il vero punto di svolta arriva con la pubblicazione, nel febbraio 1632, del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Il censore Niccolò Riccardi aveva imposto condizioni precise per concedere l’imprimatur: presentare il copernicanesimo come ipotesi, evitare toni perentori, inserire l’argomento dell’onnipotenza divina caro a Urbano VIII. Galileo rispettò formalmente queste richieste, ma con un’abilità letteraria che tradiva lo spirito dell’accordo: affidò l’argomento papale al personaggio di Simplicio, il filosofo ingenuo e sconfitto in ogni discussione del libro.

Non serve un’eccessiva benevolenza per comprendere come Urbano VIII, leggendo l’opera, si sia sentito non solo contraddetto sul piano scientifico, ma personalmente deriso. Fu un errore di tatto grave da parte di Galileo, forse dettato da vanità intellettuale più che da malizia, ma che ebbe conseguenze pesantissime. A complicare tutto, durante l’esame del libro i censori ritrovarono nel fascicolo del 1616 il verbale che riportava un precetto assoluto, il divieto di trattare il copernicanesimo “in qualsiasi modo”: un documento che, vero o meno nella sua formulazione integrale, trasformò una disputa teologica in un’accusa di insubordinazione.

Il processo del 1633: rigore, ma anche riguardo

Convocato a Roma nell’autunno del 1632, Galileo, ormai anziano e malato, tentò invano di ottenere una dilazione. Ma è proprio nelle modalità del processo che si può cogliere quanto la vulgata del “carcere e tortura” sia lontana dai fatti documentati. Giunto a Roma nel febbraio 1633, Galileo non fu mai rinchiuso in una cella: alloggiò a Villa Medici, ospite dell’ambasciatore toscano, e durante gli interrogatori fu sistemato negli appartamenti personali dei funzionari del Sant’Uffizio, un trattamento di riguardo riservato a pochissimi imputati.

Il commissario Vincenzo Maculani, resosi conto che il precetto del 1616 presentava un vizio di forma poiché non recava firme, scelse una via extragiudiziale: incontrò privatamente Galileo e trovò un accordo che permise una mitigazione sostanziale della pena. Il 21 giugno, durante l’ultimo interrogatorio, Galileo fu sottoposto solo alla minaccia verbale di tortura (la cosiddetta territio verbalis), una prassi formale utilizzata nei sistemi inquisitori dell’epoca, inclusa l’Inquisizione romana, che nel suo caso, non venne mai messa in atto.

L’abiura e una pena mite

Il 22 giugno 1633, nella basilica di Santa Maria sopra Minerva, Galileo fu dichiarato “veementemente sospetto di eresia”. Va notato con precisione che questa formula, per quanto grave, è cosa diversa dall’accusa di eresia formale. Le pene inflitte, se lette senza pregiudizi, appaiono sorprendentemente contenute per gli standard giudiziari del Seicento: il ritiro dal commercio del Dialogo, la recita settimanale dei sette salmi penitenziali per tre anni, e una condanna al carcere che papa Urbano VIII commutò immediatamente in arresto domiciliare, prima a Villa Medici, poi nella quiete della villa di Arcetri, dove Galileo poté continuare i propri studi fino alla morte, nel 1642.

Prima di leggere la formula dell’abiura, secondo le testimonianze dell’epoca, Galileo pretese e ottenne di poter chiarire ai cardinali di non aver mai agito con inganno, e di voler morire da sincero figlio della Chiesa. Un dettaglio che restituisce dignità a un uomo che, pur piegato dalle circostanze, non rinnegò mai la propria fede.

Una riabilitazione lenta, ma reale

Per un secolo la memoria di Galileo restò circondata da cautela: la Curia si oppose a lungo a qualunque sepoltura monumentale in terra consacrata per un uomo formalmente condannato dal Sant’Uffizio. Solo nel 1734 l’inquisitore fiorentino Paolo Antonio Ambrogi ottenne dalla Suprema Congregazione un parziale nulla osta per erigere un monumento funebre nella basilica di Santa Croce a Firenze, a condizione che l’iscrizione latina fosse preventivamente approvata da Roma. Il 12 marzo 1737 i resti di Galileo furono infine traslati solennemente nel nuovo sepolcro, opera di Giovanni Battista Foggini, affiancato dalle statue allegoriche della Geometria e dell’Astronomia, scolpite rispettivamente da Girolamo Ticciati e Vincenzo Foggini.

Il percorso di piena riabilitazione, come è noto, si è concluso nel Novecento, con i riconoscimenti espressi dal magistero della Chiesa sull’errore di metodo commesso dai teologi qualificatori di allora, incapaci di distinguere con sufficiente chiarezza il piano dell’interpretazione scritturale da quello dell’indagine scientifica.

La complessità della storia e il ritorno alle fonti

Raccontare questa storia nella sua interezza documentaria non significa assolvere ogni scelta compiuta nel 1633, né sminuire la sofferenza personale di un uomo anziano e malato costretto ad abiurare le proprie convinzioni. Significa piuttosto restituire alla vicenda ciò che le è dovuto: la complessità di uomini che, tra fede, scienza e prudenza politica, cercarono un equilibrio spesso difficile, non sempre riuscito, ma quasi mai riducibile allo scontro manicheo tra oscurantismo e verità che la tradizione popolare ha finito per consegnarci. Solo tornando alle fonti, come hanno fatto gli studiosi dell’Archivio Apostolico Vaticano, è possibile restituire a Galileo, e alla Chiesa del suo tempo, la dignità di una storia vera, fatta di luci e di ombre, ben più istruttiva di qualsiasi leggenda.

Per ulteriori approfondimenti, è possibile scaricare qui gli atti originali del processo a Galileo Galilei.


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