Un dettaglio che merita attenzione
Le celebrazioni del 4 ottobre si sono appena concluse, e quest’anno hanno avuto un peso tutto particolare. Ricorrono infatti otto secoli esatti dal transito di San Francesco d’Assisi, avvenuto la sera del 3 ottobre 1226 alla Porziuncola. Per onorare l’anniversario, il Parlamento ha restituito al 4 ottobre il rango di festa nazionale, cancellato nel 1977: il 2026 segna il primo anno della festività ritrovata, che però è caduta di domenica. Il patrono d’Italia, l’autore del Cantico, l’uomo della povertà radicale torna così al centro dello sguardo di credenti e non credenti. Tra gli episodi che accompagnano i suoi ultimi giorni ce n’è uno che spesso strappa un sorriso. Morente alla Porziuncola, Francesco chiede che gli portino i mostaccioli, i dolci di mandorle e miele che un’amica romana gli preparava quando lo ospitava a Roma.
A prima vista il particolare sembra un aneddoto pittoresco, quasi una concessione alla gola da parte di un uomo che aveva trattato il proprio corpo con estrema durezza. Le fonti francescane, però, lo custodiscono con cura, e chi lo rilegge con attenzione vi scopre un piccolo compendio di teologia. In quel desiderio si intrecciano il mistero dell’Incarnazione, la gioia cristiana davanti alla morte, il valore dell’amicizia e la speranza del banchetto eterno.
Proviamo allora a ripercorrere quel gesto e a coglierne il senso profondo.
La lettera a Jacopa de’ Settesoli
Il racconto ci arriva soprattutto dal Trattato dei miracoli di Tommaso da Celano e dallo Specchio di perfezione. Siamo nell’autunno del 1226. Francesco, quasi cieco e consumato dalla malattia, sente vicina la fine e detta ai frati una lettera per Giacoma de’ Settesoli, nobildonna romana, vedova di Graziano Frangipane, legata a lui da un’amicizia profonda. Le chiede di affrettarsi ad Assisi se vuole vederlo ancora vivo e di portare un panno color cenere per avvolgere il suo corpo, la cera per la sepoltura e quei dolci che lei gli offriva durante i soggiorni romani.
La tradizione aggiunge un particolare commovente: la lettera non fa in tempo a partire, perché Jacopa bussa alla porta con i figli e con tutto ciò che il santo desiderava. Un’intuizione interiore l’aveva già messa in cammino. I frati si domandano se possano farla entrare, dato che il luogo escludeva le donne, e Francesco scioglie il dubbio con una battuta: quella regola non riguarda «frate Jacopa».
Il santo assaggia appena i dolci, perché il corpo ormai trattiene a fatica il cibo. Pochi giorni dopo, la sera del 3 ottobre, muore disteso sulla nuda terra, mentre i frati cantano il salmo che lui stesso aveva indicato.
Il contrasto colpisce: lo stesso uomo che vuole morire spogliato di tutto chiede dei dolci. Proprio questa tensione apparente custodisce la chiave dell’episodio.
La materia è buona: il realismo dell’Incarnazione
Il primo livello di lettura riguarda il rapporto con la creazione. Nel Medioevo di Francesco circolavano movimenti, come i catari, che consideravano la materia opera di un principio malvagio e predicavano la fuga dal corpo. Francesco cammina nella direzione opposta. La sua spiritualità affonda le radici nella pagina della Genesi, dove Dio contempla ciò che ha fatto e lo trova «molto buono» (tov meod: טוב מאוד, Gen 1,31), e soprattutto nel mistero del Verbo fatto carne.
A Greccio, nel Natale del 1223, egli aveva voluto vedere con gli occhi del corpo la povertà del Bambino deposto nella mangiatoia. La stessa logica guida i suoi ultimi giorni. Se Dio ha assunto un corpo umano, con la sua fame e la sua sete, allora i sensi, il gusto, il piacere semplice di un cibo preparato con amore entrano a pieno titolo nella vita redenta.
Le fonti raccontano un altro episodio eloquente: prima di morire Francesco chiede perdono a «frate corpo» per le durezze che gli aveva imposto lungo gli anni. La penitenza aveva avuto il suo tempo; ora il santo riconosce al proprio corpo la dignità di fratello. Il desiderio dei mostaccioli si inserisce in questa riconciliazione.
Mangiare un dolce sul letto di morte diventa così un atto di fede nella bontà del creato. La materia porta l’impronta del Creatore, e il corpo, anche quello piagato e sfinito di Francesco, resta destinato alla risurrezione. Chi ama Cristo incarnato impara a ricevere i doni della terra con gratitudine e a riconoscervi canali di comunione con Dio.
Sorella Morte e la perfetta letizia
Il secondo livello tocca il modo in cui Francesco affronta la morte. Negli ultimi mesi aveva aggiunto al Cantico di frate Sole la strofa che loda Dio «per sora nostra Morte corporale». Quando il medico gli conferma che la fine è vicina, egli la accoglie con un saluto di benvenuto. Chiede ai frati di cantare, e qualcuno resta perplesso davanti a tanta serenità in un momento simile.
In questo clima i mostaccioli assumono il valore di un segno festivo. Il dolce, in ogni cultura, accompagna nozze, battesimi e ricorrenze: segnala che la vita merita di essere celebrata. Francesco porta questo linguaggio dentro il proprio transito. La morte del cristiano somiglia a una vigilia di festa, alla soglia di un banchetto nuziale.
Qui emerge anche la sua distanza da un certo rigorismo. Francesco aveva digiunato, vegliato, dormito sulla pietra; eppure considerava la penitenza solo un mezzo al servizio dell’amore. La Vita seconda di Tommaso da Celano racconta che una notte un frate si mise a gridare per la fame a causa dei digiuni eccessivi. Francesco fece preparare la tavola e mangiò insieme a lui, perché il fratello non si vergognasse, e poi esortò tutti a misurare l’astinenza sulle forze di ciascuno.
La letizia francescana nasce proprio da questa libertà interiore. Chi ha consegnato tutto a Dio accoglie la croce senza amarezza e gusta un dolce senza sensi di colpa. Le due cose sgorgano dalla medesima fiducia filiale.
«Frate Jacopa»: la grazia passa attraverso l’amicizia
Il terzo livello riguarda le relazioni. Francesco desidera quei dolci e insieme le mani che li hanno preparati: il desiderio del cibo coincide con il desiderio di una presenza. Jacopa rappresenta per lui un’amicizia spirituale autentica, nata a Roma negli anni della prima fraternità e cresciuta nel tempo. È una donna laica, madre, nobile, capace di servire i poveri e di sostenere i frati.
Il soprannome «frate Jacopa» dice molto. Francesco la accoglie nella famiglia dei frati e scavalca così le distanze sociali e le rigidità del tempo. Per lei sospende perfino la norma che vietava l’ingresso alle donne. La carità autentica sa sempre trovare una strada.
Sul piano teologico il dettaglio ricorda che la grazia raggiunge la persona dentro la trama dei suoi legami. Dio ha scelto di salvarci attraverso un popolo, una Famiglia, una comunità di discepoli; Gesù stesso ha voluto gli amici accanto a sé nell’ora dell’angoscia, al Getsemani. Francesco segue il Maestro anche in questo e attraversa il passaggio estremo circondato dai fratelli e da un’amica cara.
La santità, vista da qui, somiglia a una casa piena di volti, di voci, di profumi di cucina. Jacopa resterà accanto al corpo del santo e lo piangerà; la tradizione vuole che abbia chiesto di riposare ad Assisi, vicino a lui. Le sue spoglie si trovano oggi nella cripta della Basilica di San Francesco, a pochi passi dalla tomba dell’amico.
Gustate e vedete: la dolcezza di Dio e il banchetto eterno
Il quarto livello porta lo sguardo oltre la morte. La Scrittura usa spesso il linguaggio del gusto per parlare dell’esperienza di Dio. Il Salmo 34 invita a gustare e vedere quanto è buono il Signore; il Salmo 119 paragona le parole divine al miele; Isaia annuncia sul monte Sion un banchetto di cibi succulenti per tutti i popoli; l’Apocalisse proclama beati gli invitati alle nozze dell’Agnello.
Francesco conosceva bene questo vocabolario. Nel Testamento, dettato poco prima di morire, ricorda l’inizio della sua conversione: stare con i lebbrosi gli sembrava amaro, poi quell’amarezza gli fu cambiata «in dolcezza d’animo e di corpo». La dolcezza, per lui, è il sapore stesso della grazia, il segno che Dio trasforma l’esistenza dall’interno.
In questa luce il mostacciolo assaggiato alla Porziuncola diventa una piccola profezia. Esprime anzitutto la gratuità: un dolce appaga il palato più che la fame, è un dono superfluo nel senso più bello del termine, come sovrabbondante è l’amore di Dio. E anticipa la mensa del Regno, dove ogni fame troverà sazietà e ogni lacrima verrà asciugata.
Le fonti narrano inoltre che negli ultimi giorni Francesco benedisse del pane e lo fece distribuire ai frati, rievocando la cena del Signore. Il santo che per tutta la vita si era fatto povero si presenta alla soglia dell’eternità con il gusto di un dolce sulle labbra, quasi a dire che la povertà evangelica allarga il cuore per ricevere tutto.
Che cosa ci insegna oggi un dolce di mandorle
A pochi giorni dalla festa del 4 ottobre, l’episodio dei mostaccioli offre una lezione preziosa anche al nostro tempo. Spesso oscilliamo tra due estremi: da una parte il consumo senza misura, la voracità, la gola evocata da Evagrio Pontico nella descrizione dei Loghismoi; dall’altra un perfezionismo che guarda al corpo e al cibo con sospetto o con ansia. Francesco indica una terza via, quella della gratitudine.
Il santo della povertà ci ricorda che la rinuncia acquista senso quando libera il cuore per amare di più; che la gioia appartiene alla sostanza della fede; che le amicizie diventano luoghi dove Dio si rende presente; che ogni pasto condiviso può farsi anticipo del Regno.
I mostaccioli, preparati ancora oggi in molte regioni d’Italia, possono allora trasformarsi in un piccolo promemoria spirituale. Gustarne uno pensando a Francesco e a frate Jacopa significa riscoprire che la santità abita anche i gesti semplici: una lettera a un’amica, un desiderio confessato senza vergogna, un dolce spezzato insieme mentre la vita volge al termine.
Proprio attraverso la sua umanità più semplice, il Poverello di Assisi continua a parlarci di Dio. E ci insegna che anche l’ultima ora, vissuta nella fede, può avere il sapore buono della festa.










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