Entrare nella Casa di Dio: come educare la nostra sensibilità al Mistero

Un invito alla riscoperta del senso del sacro e della riverenza eucaristica


Quante volte entriamo in chiesa come se stessimo varcando la soglia di un qualsiasi edificio pubblico? Ci sistemiamo al banco, guardiamo chi arriva, consultiamo il telefono, scambiamo qualche parola con il vicino. Eppure quello in cui stiamo entrando non è un auditorium, non è una sala riunioni qualsiasi: è la Casa di Dio, il luogo dove il Cielo tocca la terra, dove il Figlio eterno del Padre si rende presente sotto le umili specie del pane e del vino.

Riscoprire il senso del sacro non è nostalgia di riti antiquati: è un atto di amore e di giustizia verso Colui che, per amore nostro, ha scelto di rimanere con noi.


La preparazione: già prima di varcare la porta

Andare a Messa non è un appuntamento tra i tanti. La preparazione comincia già in casa, nel cuore, nell’intenzione con cui ci si mette in cammino. Arrivare cinque o dieci minuti prima dell’inizio non è un dettaglio di buona educazione: è il tempo prezioso in cui raccogliersi, fare silenzio interiore, lasciarsi alle spalle le preoccupazioni del giorno e disporsi ad incontrare Qualcuno.

Entrare nella Casa di Dio, poi, merita un gesto che dica chiaramente chi c’è lì ad aspettarci. Piegarsi in ginocchio davanti al tabernacolo — là dove è custodito il Santissimo Sacramento — non è un’abitudine folkloristica. San Paolo nella lettera ai Filippesi lo afferma senza ambiguità: «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2,10). Chinare la testa è venerazione, nobile quanto si voglia; ma inginocchiarsi è adorazione, ed è ciò che si conviene a Dio, ovviamente nei limiti concessi dal nostro povero corpo se non si è più giovani.


Il silenzio: la lingua di chi sa dove si trova

Una chiesa non è un luogo di chiacchiere, neppure di quelle cordiali. Il silenzio nella casa di Dio non è freddezza: è rispetto, è ascolto, è la postura di chi sa di trovarsi davanti a un Mistero più grande di sé. Le conversazioni — per quanto urgenti possano sembrare — trovano posto fuori, prima o dopo. Il telefonino va spento, o almeno messo in modalità silenziosa.

Anche l’abbigliamento è un linguaggio. Presentarsi in chiesa con indumenti indecorosi non è questione di moralismo o di convenzione sociale: è un segno di quanto si sia persa la consapevolezza di chi si sta andando a incontrare. Se si fosse ricevuti da un re, ci si vestirebbe con cura; quanto più, allora, davanti al Re dei re.


La Consacrazione: il momento più alto

Il cuore della Messa è la Consacrazione. In quell’istante il sacerdote, per il potere ricevuto nell’ordinazione, pronuncia le parole di Cristo, e il pane e il vino diventano realmente — non simbolicamente, non spiritualmente soltanto — il Corpo e il Sangue del Signore. È il rinnovarsi incruento del Sacrificio del Calvario.

Dinanzi a questo, stare in ginocchio non è una postura tra le altre: è la risposta del corpo a ciò che la fede riconosce. Chi rimane in piedi senza una vera necessità — per stanchezza, per abitudine, per conformarsi alla massa — priva il proprio atto di quel linguaggio di riverenza che il momento esige. E se si è anime generose, il tempo dell’inginocchiarsi si può prolungare per tutta la Preghiera eucaristica: un dono semplice, gratuito e gradito.


La Comunione: ricevere degnamente il Signore del cielo e della terra

La Comunione eucaristica non è un rito conclusivo della Messa, una formalità devota. È l’unione reale con Cristo: Dio che entra nel cuore dell’uomo, l’Eterno che abita il tempo di una vita. Per questo, riceverla non è mai un gesto scontato.

La Chiesa chiede due condizioni fondamentali: essere in stato di grazia e aver rispettato il digiuno eucaristico di almeno un’ora da cibi e bevande (escluse acqua e medicine). Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave non deve accostarsi alla Comunione prima di aver ricevuto l’assoluzione nel sacramento della Penitenza. Farlo significherebbe commettere sacrilegio — una parola forte, che non dovrebbe spaventare ma illuminare la serietà di ciò che è in gioco. Il digiuno, poi, va inteso con esattezza amorosa: lo interrompono anche un cioccolatino, una caramella, un caffè o una gomma da masticare, se non ci sono specifiche necessità.

Prima di avanzare verso l’altare, conviene recitare un sincero atto di dolore: un momento breve ma intenso in cui riconoscere le proprie fragilità e chiedere umilmente perdono. E nel ricevere il Corpo di Cristo, l’atteggiamento più eloquente rimane quello antico e universale: inginocchiarsi. Non perché sia obbligatorio, ma perché dice — meglio di qualsiasi parola — chi si sta ricevendo.


Il dopo: non uscire di fretta

Una volta ricevuta la Comunione, Gesù è realmente presente in noi nelle Sacre Specie per almeno un quarto d’ora. È un tempo sacro, irripetibile. Tornare al banco e sedersi immediatamente con noncuranza, o peggio ancora avviarsi all’uscita, è come aprire un dono prezioso e gettarlo via senza guardarlo. Non è solo questione di entrare nella Casa di Dio ma anche di come portiamo Dio nel resto della nostra vita, al di fuori delle mura della chiesa.

Quel quarto d’ora è un colloquio intimo con il Signore: adorarlo, ringraziarlo, affidargli la propria vita, chiedere per chi si ama. La Chiesa ha sempre insegnato che questo tempo di ringraziamento è parte integrante della Messa, non un optional per i più devoti.


L’Adorazione eucaristica: quando Dio aspetta

C’è infine un altro momento in cui il Signore si fa presente in modo solenne: l’Adorazione eucaristica. L’ostia consacrata, esposta nell’ostensorio, è lo stesso Cristo che si è offerto sulla croce. Non è un simbolo: è Lui.

Sottrarre un po’ del proprio tempo per donarlo all’Adorazione — restare in silenzio, in ginocchio, dinanzi a quella presenza — è uno degli atti più profondi che un cristiano possa compiere. Non si tratta di straordinaria spiritualità: si tratta di amore semplice, che risponde all’amore infinito di Chi continua ad aspettarci.


Riscoprire la riverenza e il senso del mistero non significa tornare indietro: significa andare più in profondità. Significa riconoscere, ogni volta che si entra in una chiesa, che si sta entrando nella Casa di Dio; si sta varcando la soglia di qualcosa — e di Qualcuno — infinitamente più grande di noi. E che questo, invece di schiacciare, è l’unica cosa capace di renderci veramente liberi.

Rispondi

Scopri di più da AM graffiti

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere