Una primavera dopo un lungo inverno
Qualcosa si sta muovendo nella Chiesa cattolica. In silenzio, ma con una forza che non appartiene agli uomini, stanno fiorendo in tutto il mondo cappelle di Adorazione Eucaristica Perpetua: oltre tremila, sparse dai grandi centri urbani degli Stati Uniti fino alle città martiri dell’Iraq e della Siria; da Verona a Buenos Aires, da Mosca a Ginevra — la città di Calvino — dove Gesù Sacramentato è ora esposto e adorato giorno e notte.
Questa fioritura non è frutto di una campagna pubblicitaria né di una moda pastorale. È il segno di un ritorno alla Verità, di un popolo che riscopre Qualcuno che non aveva mai smesso di aspettarlo.
Padre Justo Antonio Lo Feudo, nato a Buenos Aires nel 1941 da famiglia di origini italiane, è uno dei principali artefici di questo risveglio (non l’unico). Fondatore dei Missionari della Santissima Eucaristia (MSE), comunità costituita nel 2007 dal Vescovo Dominique Rey a Paray-le-Monial, ha percorso l’Italia, la Spagna e il mondo intero con un unico mandato: aprire cappelle di Adorazione Perpetua, svegliare i fedeli allo stupore dinanzi all’Eucaristia, e restituire al Corpo di Cristo la reverenza che gli è dovuta.
Questo articolo vuole raccogliere e organizzare i punti essenziali del suo insegnamento, intrecciandoli con la Tradizione della Chiesa, per rispondere a due domande fondamentali:
- Che cos’è l’Adorazione Eucaristica e perché è necessaria?
- Perché la Comunione si dovrebbe ricevere in bocca e non in mano?
Parte I — L’Adorazione Eucaristica: non un lusso, ma una priorità
1.1 La Presenza Reale: il fondamento di tutto
Tutto il discorso sull’Adorazione Eucaristica si regge (o cade) in base ad un’unica affermazione: Gesù Cristo è realmente, veramente e sostanzialmente presente nell’Eucaristia — non simbolicamente, non metaforicamente, non “in modo speciale”, ma con la totalità della sua Persona divina e umana, Corpo, Sangue, Anima e Divinità.
Questa fede è definita dogma dalla Chiesa nel Concilio di Trento, e ogni Papa dalla Riforma ad oggi l’ha ribadita. Giovanni Paolo II la ricapitola nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia (2003): l’Eucaristia è “il cuore della vita della Chiesa” e “fonte e culmine” di tutta la vita cristiana. Benedetto XVI ha ripetuto più volte, citando Sant’Agostino: “Nessuno mangia quella carne senza prima averla adorata… peccheremmo se non la adorassimo” (Enarrationes in Psalmos 98,9). E ha aggiunto, con parole che padre Lo Feudo ha fatto proprie come programma di missione: “L’Adorazione non è un lusso, ma una priorità.”
Se Cristo è davvero presente nel tabernacolo, allora restare dinanzi a Lui non è una pratica devozionale facoltativa. È il dovere più urgente della creatura davanti al suo Creatore.
1.2 Che cosa significa adorare?
Padre Lo Feudo, nell’intervista rilasciata alla Nuova Bussola Quotidiana in occasione del primo Convegno Internazionale dei Missionari della Santissima Eucaristia a Roma, ha offerto una risposta che vale la pena meditare a lungo:
“L’Adorazione è il culto dovuto soltanto a Dio. Non è una devozione in più, come alcuni erroneamente credono. È la devozione per antonomasia.”
Adorare significa riconoscere in atto ciò che si crede: che Dio è Dio e io sono creatura. È rispondere alla triplice chiamata della Santissima Trinità: al Padre che “cerca adoratori in spirito e verità” (Gv 4,24), al Figlio che invita “Venite a Me” (Mt 11,28), e allo Spirito Santo che muove interiormente il cuore a prostrarsi.
Adorare non è dunque un “fare” — non è recitare preghiere ad alta voce, cantare, o impegnarsi in attività spirituali. È una presenza aperta alla Grazia, come dice padre Lo Feudo: “Così come non possiamo rimanere sotto il sole senza essere toccati dai raggi, non possiamo rimanere davanti al Signore, pur con tutta l’opacità della nostra fede, senza che le Grazie ci arrivino.” Lo ricordava anche San Carlo Acutis: giovanissimo amico di Gesù nel nostro tempo eppure anche grandissimo teologo dell’Eucaristia!
L’adorazione è silenzio. Umiltà. Santo timore. Riconoscimento della propria nullità davanti all’Infinito.
1.3 Adorazione ed Eucaristia non si separano
Un equivoco che padre Lo Feudo ha combattuto con chiarezza è quello di chi separa la celebrazione eucaristica dall’adorazione, come se fossero due realtà distinte o addirittura in tensione. Egli insiste:
“Il primo proposito è aiutare le persone a comprendere che celebrazione e adorazione eucaristiche non sono cose separate ma vanno insieme. L’adorazione eucaristica è la riconoscenza della gloria di Dio e la risposta alla sua chiamata.”
La Messa è il Sacramento del Sacrificio che si rende presente e di cui si fa memoria. L’Adorazione è il prolungamento di quell’incontro. Chi esce dalla Messa dopo appena tre minuti di ringraziamento — come purtroppo accade spesso — non ha ancora capito Chi ha incontrato.
1.4 L’Adorazione Perpetua: la catena continua d’amore
L’Adorazione diventa Perpetua quando il Santissimo Sacramento è esposto 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, con almeno un adoratore presente per ogni ora. Ciò richiede una “catena continua di adoratori”, ovvero persone che si impegnano a coprire almeno un’ora a settimana.
Padre Lo Feudo descrive così la logica spirituale di questa proposta:
“Si adora Gesù Cristo, Colui che non cessa mai di essere Dio e di amarci di un amore eterno; è un unirsi alla liturgia celeste dove il Padre e il Figlio sono adorati senza sosta.”
I frutti sono straordinari e documentati. Conversioni di atei, ritorno ai sacramenti di fedeli lontani da decenni, guarigioni spirituali, pace nelle famiglie, rinascita di parrocchie. Padre Lo Feudo racconta di un uomo in Messico che aveva trascorso quarant’anni lontano da Dio: dopo un solo mese di adorazione settimanale, si presentò da lui per confessarsi per la prima volta in vita sua. “Questi sono i frutti dell’Adorazione Perpetua”, commenta il sacerdote.
Madre Teresa di Calcutta, alla domanda su dove trovassero le energie le sue Missionarie della Carità, rispondeva indicando l’Eucaristia: “L’Eucaristia non presuppone solo il fatto di ricevere, ma anche il fatto di saziare la fame di Cristo.” E testimoniava che da quando nel 1973 aveva introdotto l’Ora Santa quotidiana nella sua comunità, questa aveva cominciato a crescere e fiorire.
1.5 Il messaggio di Fatima e la riparazione eucaristica
Padre Lo Feudo ha dedicato ampia riflessione al legame tra Fatima e l’Eucaristia. Nelle apparizioni dell’Angelo del Portogallo del 1916, il messaggero celeste insegnò ai tre pastorelli la preghiera di riparazione: “Mio Dio, credo, adoro, spero e ti amo e ti chiedo perdono per coloro che non credono, che non adorano, che non sperano e che non ti amano.”
Nella terza apparizione, l’Angelo presentò un calice con un’Ostia, distribuendo ai bambini il Corpo e il Sangue di Cristo mentre erano in ginocchio, e disse: “Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato da uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio.”
Il Cielo indicava così la via maestra: l’adorazione eucaristica come atto di riparazione per i sacrilegi e le profanazioni di cui l’Eucaristia è oggetto. La risposta ai “crimini e oltraggi” verso il Corpo di Cristo non è l’indifferenza, ma l’intensificazione dell’adorazione, della riverenza, della cura verso il Santissimo Sacramento. In quest’ottica lo stesso miracolo del sole al quale assistettero oltre 70.000 persone, alla fine del ciclo delle apparizioni, è suscettibile di una interpretazione in chiave eucaristica: cosa accadrebbe alla Chiesa se il sole dell’Eucaristia venisse rimosso…?
Parte II — La Comunione in bocca: storia, teologia e ragioni
2.1 La domanda che non si dovrebbe nemmeno fare
Se è vero che nell’Ostia consacrata c’è realmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo — se è vero, cioè, il cuore della fede cattolica — allora la domanda “in bocca o in mano?” si risponde quasi da sola. Non si tratta di un’estetica liturgica, né di una preferenza culturale. Si tratta di coerenza tra ciò che si dichiara di credere e il modo in cui ci si comporta davanti a quello che si afferma di credere.
Eppure la domanda esiste, e merita una risposta chiara, sia sul piano storico, sia su quello teologico, sia su quello normativo.
2.2 La Tradizione: un percorso millenario verso la massima riverenza
Nella Chiesa primitiva, esisteva una prassi di ricevere l’Eucaristia sul palmo della mano — ma con norme rigidissime di pulizia rituale, reverenza e raccoglimento. San Cirillo di Gerusalemme (IV sec.) descriveva il gesto con grande cura: la mano destra formava un “trono” per ricevere il Re, e immediatamente si portava alla bocca. Non si trattava di una disinvoltura, ma di un atto sacrale estremamente controllato.
Con il trascorrere dei secoli, la sensibilità eucaristica si approfondì. La comprensione sempre più chiara del dogma della Presenza Reale e della Transustanziazione — come definita nel IV Concilio Lateranense (1215) e poi solennemente proclamata a Trento — portò la Chiesa a tutelare il Corpo di Cristo con norme sempre più precise.
I passaggi storici sono eloquenti:
- Il Concilio di Rouen (650 ca.) proibì al sacerdote di deporre l’Eucaristia sulla mano dei fedeli laici, ordinando di porla solo sulle labbra, sotto pena di destituzione dall’altare.
- Il Concilio in Trullo, detto Quinisexto (692), sinodo costantinopolitano che si propose di completare le norme del V e VI concilio ecumenico, da cui il nome “Quinisexto”, vietò ai fedeli di comunicarsi con le proprie mani anziché riceverla dal sacerdote. Va notato che questo concilio non fu mai formalmente riconosciuto dalla Chiesa di Roma, ma ne rispecchia la sensibilità eucaristica comune dell’epoca.
- San Tommaso d’Aquino (XIII sec.), dottore della Chiesa, giustificò e sistematizzò teologicamente la prassi di ricevere la particola in bocca dalla mano del sacerdote, collegandola alla riverenza dovuta al Sacramento nella Summa Theologiae.
- Il Catechismo del Concilio di Trento (XVI sec.) trattò il Sacramento con la massima precisione teologica, ribadendo la Presenza Reale come fondamento di ogni norma di riverenza.
Nella forma tradizionale della Messa (il rito romano antico), dopo la consacrazione il sacerdote non separava il pollice e l’indice fino alla purificazione, per evitare che anche la minima particella del Corpo di Cristo cadesse a terra.
2.3 Come nacque la Comunione in mano: un abuso divenuto concessione
Nella seconda metà degli anni Sessanta, in alcuni Paesi dell’Europa settentrionale — Olanda, Belgio, Germania — si cominciò a distribuire la Comunione in mano in modo del tutto arbitrario e in violazione delle norme vigenti. Non era frutto di un decreto conciliare né di una decisione pontificia: era un abuso.
Di fronte al fatto compiuto, la Santa Sede rispose con l’Istruzione Memoriale Domini (29 maggio 1969), voluta e approvata da Paolo VI. Il documento ribadiva con forza che la prassi tradizionale della Comunione in bocca “si deve senz’altro conservare, non solo perché poggia su di una tradizione plurisecolare, ma specialmente perché esprime e significa il riverente rispetto dei fedeli verso la Santa Eucaristia”.
Il testo elencava anche i rischi concreti di un cambiamento: pericolo di profanazione del Sacramento, indebolimento della fede nella Presenza Reale, rischio che le particelle cadano o vengano portate via.
Tuttavia, riconoscendo che in alcune aree l’abuso era ormai diffuso e difficile da estirpare senza gravi tensioni pastorali, il documento aprì — come misura di tolleranza e non di promozione — la possibilità che singole Conferenze Episcopali chiedessero alla Santa Sede l’indulto per introdurre la Comunione in mano nei propri territori. In Italia, questa facoltà fu richiesta e concessa nel 1989.
È essenziale comprendere la natura giuridica di questa concessione: si tratta di un indulto, ovvero di un’eccezione alla norma generale. La norma rimane la Comunione in bocca. L’indulto è la concessione di una deroga, non la proclamazione di un diritto uguale o superiore.
L’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004) lo conferma esplicitamente al n. 92: “Benché ogni fedele abbia sempre il diritto di ricevere, a sua scelta, la santa Comunione in bocca…”. Il diritto primario è ricevere in bocca. La possibilità di ricevere in mano è una facoltà concessa per indulto, subordinata alle condizioni stabilite e alla discrezione del ministro.
2.4 Le ragioni teologiche della Comunione in bocca
Le motivazioni della prassi tradizionale non sono arbitrarie o frutto di scrupolo esagerato. Sono radicate nella logica stessa della fede eucaristica.
Prima ragione: la Presenza Reale nelle particelle
La fede cattolica insegna che Cristo è presente in ogni frammento, anche minimo, dell’Ostia consacrata. Un esperimento documentato (ripreso da studiosi come Marco Tosatti) ha dimostrato che una normale ostia non consacrata, distribuita in mano, lascia numerose briciole invisibili ad occhio nudo. Se lo stesso accade con un’Ostia consacrata, quelle briciole — ciascuna contenente realmente il Corpo di Cristo — cadono a terra e vengono calpestate. Questo non è scrupolo: è conseguenza logica del dogma della Transustanziazione.
Nella Messa tradizionale, il sacerdote non separava il pollice e l’indice dalla consacrazione alla purificazione proprio per evitare questa eventualità. La patèna tenuta sotto il mento durante la distribuzione dell’Eucaristia aveva esattamente questo scopo.
Seconda ragione: la riverenza e l’umiltà
Nella storia della spiritualità cattolica, santi e mistici hanno unanimemente insistito sulla necessità di ricevere l’Eucaristia con il massimo rispetto e il senso più profondo della propria indegnità. Santa Teresa d’Avila si preparava alla Comunione con ore di preghiera. San Giovanni Maria Vianney passava notti intere prostrato davanti al tabernacolo. Padre Pio non riusciva a pronunciare le parole della consacrazione senza lacrime.
Il modo di ricevere la Comunione è espressione del modo in cui si crede. Il gesto di inginocchiarsi, aprire la bocca e ricevere passivamente il Sacramento comunica, nel linguaggio del corpo, la verità teologica: io non prendo Dio, Dio si dona a me. Io non afferro, ricevo. Io non sono all’altezza, ma mi abbasso ed il Signore, nella sua infinita Misericordia si china verso di me.
Terza ragione: il rischio concreto di sacrilegio e profanazione
Non è un problema astratto. Casi documentati in tutto il mondo mostrano che l’Ostia ricevuta in mano viene talvolta: portata via (per essere usata in riti satanici), lasciata cadere distrattamente, non consumata immediatamente. L’Istruzione Redemptionis Sacramentum stessa (n. 92) richiede che, quando si riceve in mano, il comunicando “assuma subito l’ostia davanti al ministro, di modo che nessuno si allontani portando in mano le specie eucaristiche.” Questa norma purtroppo è ampiamente disattesa nella pratica…
Quarta ragione: la coerenza con il credo che professiamo
Padre Lo Feudo ha diagnosticato con lucidità il problema di fondo: “Una certa liturgia ha favorito l’indebolimento di questa pratica. A ciò si aggiunga la creatività che va contro il sacro.” Il modo in cui si celebra e si riceve i sacramenti forma la fede del popolo. Una liturgia che tratta l’Eucaristia come un normale alimento plasmerà progressivamente una fede che vede nell’Eucaristia un simbolo, non una Presenza. Una liturgia adorante plasmerà fedeli adoranti.
San John Henry Newman, convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo e canonizzato nel 2019, affermava, con una iperbole, che se un fedele davvero credesse in ciò che la Chiesa cattolica insegna sull’Eucaristia, non riuscirebbe mai ad allontanarsi da un tabernacolo. La domanda che ogni cattolico dovrebbe porsi, ricevendo la Comunione in piedi e in mano come se raccogliesse un confetto, è: credo davvero che qui è presente Gesù in corpo, sangue, anima e divinità?
2.5 Il diritto permanente di ricevere in bocca
Un dato che molti fedeli ignorano è che, anche nei Paesi e nelle parrocchie dove la Comunione in mano è prassi comune, ogni fedele ha il diritto inalienabile di riceverLa in bocca. Nessun ministro può negarla. Nessun sacerdote può costringere un fedele a ricevere in mano. Il diritto di ricevere in bocca è garantito dal diritto universale della Chiesa, non è mai stato revocato e non può essere revocato da una norma locale.
Se un sacerdote nega la Comunione in bocca a un fedele che la richiede, commette un abuso liturgico. I fedeli devono conoscere questo loro diritto ed esercitarlo con serena fermezza.
Parte III — Adorare per credere meglio, credere per adorare più profondamente
3.1 Il cerchio virtuoso
C’è una circolarità benefica tra adorazione e fede eucaristica. Chi adora il Signore nel Santissimo Sacramento impara a riconoscerne la Presenza. Chi riconosce quella Presenza non può non volersi accostare ad essa con il massimo rispetto. Se uno si avvicina con rispetto porta a casa frutti che trasformano la vita.
Padre Lo Feudo testimonia di aver visto persone “lontanissime da Dio, che si dicevano atee o agnostiche, diventare adoratori”. Non grazie a discorsi teologici o a campagne persuasive, ma per la forza misteriosa della Presenza reale che agisce su chi si espone ad essa.
“Chi ha fatto questo?” si domanda il sacerdote. E risponde: “Il Signore.”
3.2 La riparazione come atto d’amore
Non dobbiamo stancarci di dirlo: il mondo moderno — incluso il mondo ecclesiale — ha inflitto ferite profonde all’Eucaristia. La banalizzazione della Messa, la perdita del senso del sacro, la ricezione indifferente e macchinale della Comunione, le profanazioni più o meno volontarie. L’Angelo di Fatima ha parlato di “orribili oltraggi e sacrilegi.”
L’adorazione eucaristica non è una fuga dal mondo, ma è la risposta più efficace ai suoi mali. Come diceva padre Lo Feudo: “L’adorazione perpetua è il più potente esorcismo che una città possa avere.”
Ogni ora trascorsa davanti al Santissimo Sacramento in silenzio e in riverenza è un atto di riparazione. Ogni Comunione ricevuta, in ginocchio o almeno in bocca, con fede, preparazione e ringraziamento, è un omaggio che consola il Cuore di Cristo offeso dall’ingratitudine.
3.3 Una chiamata per tutti
L’adorazione eucaristica non è riservata ai contemplativi o ai mistici. Padre Lo Feudo lo ripete costantemente: basta un’ora alla settimana. Un’ora di silenzio, di presenza, di abbandono. Non si chiede di saper pregare perfettamente. Non si chiede di avere una spiritualità avanzata. Si chiede soltanto di mettersi lì, davanti a Lui, e lasciare che faccia il resto.
“Non possiamo rimanere sotto il sole senza essere toccati dai suoi raggi” — la Grazia lavora anche attraverso la nostra debolezza, anche attraverso la nostra distrazione, anche attraverso il nostro torpore, purché ci si metta di fronte alla Sua Presenza.
Conclusione: la bellezza ritrovata
Padre Justo Antonio Lo Feudo ha consacrato la sua vita a una sola opera: far sì che nessun tabernacolo rimanga solitario, che nessun Corpo di Cristo attenda senza che qualcuno lo ami, che nessuna città del mondo — dalle metropoli agli angoli più remoti — sia priva di una cappella dove il Signore sia adorato senza sosta.
Questa, lontano dall’essere un’utopia devozionale, è la risposta concreta alla crisi della fede, alla secolarizzazione, alla perdita del senso del sacro. Come scriveva Giovanni Paolo II aprendo il suo pontificato, con il motto ribadito anche dal suo successore Benedetto XVI: “Apriamo le porte a Cristo” e a Cristo Eucaristia!
Aprire quelle porte significa aprire le porte delle chiese all’adorazione perpetua. Significa aprire le labbra — non la mano — per ricevere il Corpo di Cristo. Significa aprire il cuore alla Presenza che aspetta, paziente e ardente, di poterci trasformare.
Come diceva Madre Teresa: ogni cappella di adorazione è un tabernacolo. E lei che ne aveva oltre 500, sapeva bene da dove venivano le energie per amare i più poveri tra i poveri: da Colui che è il più Povero, nascosto nell’Ostia, che attende che qualcuno si fermi.
“Adorerai il Signore Dio tuo e a Lui solo renderai culto.” (Mt 4,10)
Note e fonti principali
- Padre Justo Antonio Lo Feudo, MSE — interviste e omelie disponibili su adorazioneucaristicaperpetua.it e sul Congresso Eucaristico Internazionale (Budapest, 2021); intervista a La Nuova Bussola Quotidiana (21 giugno 2011)
- Padre Justo Antonio Lo Feudo, Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto — Una guida per l’adoratore, Editrice Ancilla, 2011
- Sant’Agostino, Enarrationes in Psalmos 98,9 (CCL XXXIX, 1385): «Nessuno mangia quella carne senza prima averla adorata… peccheremmo se non la adorassimo»
- Giovanni Paolo II, Enc. Ecclesia de Eucharistia, 2003
- Sacra Congregazione per il Culto Divino, Istr. Memoriale Domini, 29 maggio 1969
- Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istr. Redemptionis Sacramentum, 25 marzo 2004, n. 92
- Concilio di Rouen (ca. 650); Concilio in Trullo / Quinisesto (692), canone disciplinare sulla comunione
- San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 65, 3
- Benedetto XVI, discorsi e catechesi sull’Eucaristia (2005-2013)
- Beata Madre Teresa di Calcutta, testimonianze sull’Ora Santa
- Don Federico Bortoli, La distribuzione della Comunione sulla mano, tesi di dottorato in Diritto Canonico (citato in La Nuova Bussola Quotidiana)











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