rischi spirituali del Reiki in ospedale

Quando il Reiki entra in corsia

Negli ultimi anni diverse strutture sanitarie italiane hanno aperto le porte al Reiki, presentandolo come supporto complementare per i pazienti oncologici e per chi vive momenti di grande sofferenza. È il caso, ad esempio, di reparti che hanno dedicato spazi specifici a questa pratica, affiancandola alle cure tradizionali con l’intento dichiarato di  alleviare ansia e tensione fisica e mentale. Iniziative simili nate nei reparti di oncologia e cure palliative di diversi ospedali e sono presentate come strumenti di supporto psicofisico per pazienti e caregiver.

L’intenzione che muove queste scelte è spesso generosa: aiutare chi soffre, offrire un momento di sollievo, accompagnare pazienti e familiari in fasi molto dolorose della vita. Nessuno mette in discussione la buona fede di chi lavora ogni giorno accanto ai malati, né la sofferenza reale di chi cerca conforto in un momento di grande fragilità.

Il problema, però, è un altro: il Reiki viene quasi sempre presentato come una semplice tecnica di rilassamento, una pratica “naturale” e neutra, senza spiegare con chiarezza che cosa comporti realmente dal punto di vista spirituale. Chi propone queste sedute nei reparti raramente menziona che si tratta di una tecnica che prevede un’iniziazione, simboli segreti ed evocazioni rivolte ad entità non meglio identificate.

L’intervento di Padre Bamonte

Ed è proprio questa mancanza di trasparenza a preoccupare chi, come Padre Francesco Bamonte dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, conosce da vicino le conseguenze di certe pratiche attraverso il ministero dell’esorcistato. Nelle trasmissioni radiofoniche che ha dedicato al tema, insieme al sacerdote e teologo Don Fabio Arlati, Padre Bamonte non condanna chi soffre né chi cerca aiuto: chiede piuttosto che l’informazione sia completa, prima ancora che qualcuno si sottoponga a un trattamento del genere.

Non si tratta di negare la sofferenza di chi cerca conforto, né di giudicare chi, in buona fede, si rivolge a queste tecniche sperando in un beneficio. Si tratta, piuttosto, di restituire informazioni complete a chi ha il diritto di sapere che cosa sta per sperimentare, prima di sperimentarlo. È un principio di rispetto verso la persona, prima ancora che una questione dottrinale.

Che cos’è davvero il Reiki

Il termine Reiki nasce dall’unione di due parole giapponesi, rei (“spirituale” o “aldilà”) e ki (“energia vitale” o “forza”). Fu elaborato in Giappone alla fine dell’Ottocento da Mikao Usui, un uomo formatosi negli ambienti del buddismo esoterico, nonostante alcune ricostruzioni divulgative lo presentino erroneamente come cristiano. Da lì la tecnica si è diffusa in Occidente a partire dagli anni Trenta del Novecento, per poi radicarsi definitivamente nei circuiti della New Age a partire dagli anni Settanta.

Si tratta di una tecnica che promette di trasmettere, attraverso l’imposizione delle mani, un’energia universale capace di guarire il corpo, la mente e persino, secondo alcuni suoi sostenitori, di risolvere problemi pratici della vita quotidiana. Chi la pratica riceve un’iniziazione da un “maestro Reiki”, un rito che comprende simboli segreti e l’apertura di presunti canali energetici, i cosiddetti chakra, attraverso gesti come il soffio su specifici punti del corpo.

Il chiarimento ulteriore di don Fabio Arlati

Come ha spiegato Don Fabio Arlati, sacerdote, cappellano ospedaliero per oltre dodici anni e autore di una tesi di teologia dedicata proprio a questo tema, il Reiki non è una semplice ginnastica di rilassamento: è una tecnica che rientra nella categoria del channeling, cioè dell’evocazione di entità spirituali indefinite, chiamate deva. Durante l’iniziazione, chi la riceve viene messo in contatto con queste presenze senza sapere con precisione a cosa si stia realmente esponendo, spesso in un contesto rituale fatto di candele, ambienti bui e gesti simbolici.

Dal punto di vista scientifico, va ricordato con altrettanta chiarezza che nessuno studio clinico serio ha mai dimostrato l’efficacia terapeutica del Reiki nel trattamento di alcuna patologia fisica o mentale. Le organizzazioni sanitarie che lo hanno valutato concordano: può accompagnare il percorso di cura, ma non lo sostituisce, e la sua presunta base “energetica” non trova riscontro nella scienza naturale, poiché nessuna strumentazione ha mai potuto rilevarla o misurarla in modo replicabile.

I livelli di iniziazione e il loro significato

Chi si avvicina al Reiki viene generalmente introdotto a un percorso strutturato in tre livelli, ciascuno accompagnato da un costo crescente e da un’iniziazione specifica trasmessa oralmente da un maestro. Il primo livello, quello più diffuso anche in ambito sanitario, promette di rendere la persona capace di praticare il trattamento su di sé e su altri, imponendo le mani secondo posizioni prestabilite.

Il secondo livello introduce simboli considerati “segreti”, che permetterebbero di praticare la cosiddetta guarigione a distanza, senza contatto fisico. È un passaggio che, secondo quanto riportato da Don Arlati, sposta l’attenzione dal semplice contatto fisico a una dimensione più esplicitamente esoterica, fatta di invocazioni e mandala da memorizzare e “caricare” con la pratica ripetuta.

Il terzo livello, quello che consente di diventare “maestri” e quindi di iniziare a propria volta altre persone, comporta un investimento economico che può arrivare a diverse migliaia di euro. È il livello in cui, secondo le testimonianze raccolte dagli esorcisti intervistati, si consolida un legame di dipendenza verso il maestro che ha condotto l’iniziazione, e in cui la componente magica ed evocativa della pratica diventa più esplicita.

Questo aspetto economico, spesso taciuto quando il Reiki viene presentato come gesto gratuito di cura, meriterebbe da solo una riflessione: una vera guarigione per grazia divina, ricordano i sacerdoti coinvolti in questa ricerca, non ha mai avuto un prezzo crescente legato al livello di “potere” che si intende acquisire.

Il documento dei vescovi statunitensi

Le perplessità sollevate da Padre Bamonte e Don Arlati non nascono da un’opinione isolata. Il 25 marzo 2009 la Commissione per la Dottrina della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha pubblicato un documento ufficiale dedicato proprio al Reiki, oggi un punto di riferimento per vescovi, cappellani e operatori pastorali in tutto il mondo. Il testo distingue con precisione due tipi di guarigione riconosciuti dalla fede cristiana: quella che viene per grazia divina, attraverso la preghiera, i sacramenti e l’invocazione del nome di Gesù, e quella che si ottiene con i mezzi naturali offerti dalla medicina scientifica.

Il Reiki, spiega il documento, non appartiene a nessuna delle due categorie. Non ha fondamento scientifico, perché la presunta “energia vitale universale” non è mai stata osservata né misurata con gli strumenti della scienza naturale. E non ha fondamento nella fede cristiana, perché chi guarisce nel Reiki non è Cristo invocato nella preghiera, ma una tecnica trasmessa da un maestro, ripetibile a piacimento e indipendente dalla Grazia, dalla Fede o dalla relazione personale con Dio.

Per questo motivo il documento afferma con chiarezza che un cattolico che pone la propria fiducia nel Reiki si muove in un territorio che non è né scienza né fede autentica, ma superstizione nel migliore dei casi. Le istituzioni cattoliche, comprese le strutture sanitarie e i cappellani che vi operano, sono esplicitamente invitate a non promuovere né sostenere questa pratica, proprio per tutelare chi si affida a loro in un momento di fragilità.

Altri interventi della Chiesa sul tema

Il documento americano del 2009 non è un caso isolato nel magistero della Chiesa su questi temi. Già nel 1989, la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger, aveva pubblicato un testo sulla meditazione cristiana in cui metteva in guardia dal ridurre il rapporto con Dio a una semplice tecnica, sottolineando che l’autentica esperienza spirituale è sempre un dono gratuito e non il risultato di un metodo da apprendere e ripetere.

In un’intervista del 1999, lo stesso cardinal Ratzinger, interpellato specificamente su pratiche simili, osservava che dietro certe promesse di potere e di benessere immediato si nasconde spesso un substrato di occultismo, e che le guarigioni autentiche, quelle donate da Dio, si manifestano sempre nell’assenza totale di elementi magici, in uno spirito di preghiera e di affidamento, mai di controllo o di rivendicazione.

Anche diverse conferenze episcopali regionali italiane, tra cui quelle dell’Emilia Romagna e della Toscana, hanno pubblicato negli anni documenti pastorali che richiamano espressamente le conclusioni dei vescovi statunitensi, ribadendo l’incompatibilità tra la logica magica, che pretende di piegare il divino alla propria volontà, e la fede cristiana, che si fonda invece sull’affidamento libero e fiducioso a Dio.

Testimonianze che invitano alla prudenza

Le trasmissioni radiofoniche del programma Padre, liberaci dal maligno, curate da Padre Bamonte insieme a Don Arlati, trasmesse da Radio Maria, hanno raccolto negli anni diverse testimonianze di persone che, dopo aver praticato il Reiki, hanno attraversato periodi di forte disagio: insonnia, ansia improvvisa, pianto incontrollato, sensazione di presenze inquietanti, forte stanchezza psicologica. In alcuni casi, raccontano gli esorcisti intervistati, si è reso necessario un accompagnamento spirituale attraverso la preghiera di liberazione e un percorso di riavvicinamento ai sacramenti.

Un elemento ricorrente in queste testimonianze è il progressivo allontanamento dalla vita di fede che spesso accompagna la pratica del Reiki, seguito da un miglioramento quando la persona torna alla preghiera, alla confessione e alla partecipazione regolare all’Eucaristia. Diverse persone raccontano di essersi avvicinate al Reiki per curiosità o per il desiderio sincero di aiutare familiari e amici malati, senza rendersi conto, almeno all’inizio, dell’aspetto rituale e iniziatico della pratica.

Non è un giudizio sulle singole persone, quasi sempre in buona fede e mosse da un desiderio autentico di fare del bene, ma un’osservazione che merita attenzione da parte di chi opera in contesti delicati come quello sanitario, dove le persone si trovano in una condizione di particolare vulnerabilità fisica ed emotiva, e sono quindi meno in condizioni di valutare autonomamente ciò che viene loro proposto.

Perché la chiarezza è un atto di rispetto

Nessuno vuole negare il valore dell’accompagnamento umano ai malati, né sminuire lo sforzo di chi cerca soluzioni per alleviare la sofferenza in momenti in cui la medicina, da sola, non basta a colmare il bisogno di conforto delle persone. Ma proprio per rispetto verso i pazienti e le loro famiglie, sarebbe importante che le strutture sanitarie che propongono il Reiki spiegassero con onestà di che cosa si tratta: non una semplice tecnica di rilassamento assimilabile a un massaggio o a un esercizio di respirazione, ma una pratica che comporta un’iniziazione spirituale dal significato preciso, sulla quale la Chiesa si è già espressa con un documento ufficiale e circostanziato.

Chi si trova in ospedale, spesso in un momento di grande fragilità, ha il diritto di ricevere informazioni complete prima di accettare un trattamento che va ben oltre la semplice imposizione delle mani. Sapere che si tratta di una tecnica che prevede un’iniziazione, l’invocazione di entità non meglio precisate e una visione del mondo distante dalla fede cristiana e dalla scienza naturale, permette a ciascuno di scegliere con piena consapevolezza, senza subire scelte fatte da altri in sua vece.

Conclusione: informare per proteggere

Il lavoro di divulgazione portato avanti da Padre Bamonte e Don Arlati non nasce dal desiderio di allarmare, ma da quello di proteggere. Le testimonianze raccolte negli anni, insieme ai documenti ufficiali della Chiesa, disegnano un quadro coerente: il Reiki non è una tecnica neutra, e la sua diffusione, anche in ambito sanitario, meriterebbe un dibattito più trasparente sulla sua reale natura.

Informare senza negare il valore dell’accompagnamento ai malati, né mettere in dubbio le buone intenzioni di chi lo propone è fondamentale. Sarebbe un primo passo per restituire alle persone la possibilità di scegliere in piena libertà, con tutti gli elementi a disposizione. Ma per noi cattolici l’insegnamento che emerge dal lavoro di Padre Bamonte è che prima di affidare corpo e spirito a una pratica con simili implicazioni spirituali, è necessario sapere davvero che cosa si sta ricevendo, per poter coscientemente comprendere che l’unico vero sollievo dalla sofferenza viene dal Cuore Misericordioso di Gesù.


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Una risposta a “Reiki in ospedale e i rischi spirituali: il chiarimento degli esorcisti”

  1. Avatar milkshakehopefulaf40a2b39c
    milkshakehopefulaf40a2b39c

    Grazie Alessandro per questo articolo che ci aiuta a comprendere la verità di questa pratica. Ho condiviso con alcuni dei miei contatti che a loro volta hanno fatto lo stesso. È un tentativo di fare chiarezza su un tema così ingannevole. Grazieeee di cuore.

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