Chiesa Corpo Vivo di Cristo e il senso della sofferenza

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si presenta come la vera vite e il Padre come l’agricoltore. Un’immagine familiare, sulla quale si è riflettuto molto. Eppure c’è un aspetto di questa parabola che raramente viene sviluppato nelle meditazioni: la figura dell’agricoltore — cioè del Padre — e la sua cura esclusiva per quella vite che è Cristo insieme al suo corpo, la Chiesa. È da questa prospettiva che vale la pena ripartire, perché le conseguenze che ne derivano sono tutt’altro che astratte.

Cristo e la Chiesa: un uomo solo

La vite di cui parla Gesù non è solo lui considerato individualmente: è Cristo e la sua Chiesa insieme. Lo aveva intuito con forza Isacco della Stella, grande mistico medievale, che osò affermare che Cristo e la Chiesa «formano un uomo solo». Un uomo che ha Cristo come capo e la Chiesa come corpo. La patristica chiama questo mistero il “Cristo totale”, il Cristo integrale.

Questa visione ha una conseguenza diretta: senza una reale esperienza ecclesiale diventa impossibile raggiungere una vera conoscenza di Cristo. Non si tratta di un’affermazione moralistica, ma ontologica. È mediante la Chiesa che Cristo si rende presente oggi; è nella Chiesa che la sua realtà continua ad agire nella storia. Se si recide questo legame, ciò che rimane non è un Cristo più puro o più libero: è semplicemente una struttura che non dice più nulla a nessuno.

Il rischio di ridurre la Chiesa a struttura umana

Eppure questo smarrimento sembra diffuso. Molti sacerdoti, confrontandosi con la propria esperienza, confessano di non riconoscersi più nella Chiesa. Non come critica esplicita, ma come distanza interiore. Una coscienza del mistero ecclesiale che si è affievolita.

Quando la Chiesa viene separata dal suo fondatore divino, perde il suo volto più autentico. Non appare più come sacramento universale di salvezza, né come luce del mondo o città sul monte. Rischia di ridursi a uno spazio per relazioni umane, per iniziative sociali, per la promozione di istanze già presenti nella società civile. E così il sacerdozio si trasforma in una professione educativa, e l’Eucaristia in un rito sociale.

Una Chiesa che non rimanda più a Cristo finisce per indebolire anche la liturgia stessa. Se il punto di riferimento non è il Signore ma il celebrante, la liturgia non nasce più dall’azione di Cristo e del suo corpo, ma dalla creatività — o dalla routine — del singolo sacerdote.

La liturgia non è un gesto del sacerdote

È proprio nello scarto tra ciò che la Chiesa è realmente e il modo con cui molti oggi la vivono che si insinua, quasi impercettibilmente, lo svilimento della liturgia. E da questo svilimento nascono atteggiamenti che, pur presentandosi come creatività pastorale o adattamento, finiscono per alterare la natura stessa della celebrazione: si modificano le parole dei riti, si introducono gesti impropri, si omettono parti della liturgia, non si indossano le vesti previste…

C’è chi elimina perfino il termine “sacrificio” dalle parole della consacrazione, ritenendolo incomprensibile alla sensibilità moderna. Si arriva all’estremo di chi, pur avendo gravi responsabilità pastorali, rinuncia a processioni eucaristiche all’aperto ritenendole “folklore” agli occhi dei turisti… Ma un rito che ruota attorno alla sensibilità del celebrante fa perdere alla Chiesa la sua capacità di attrazione. Un adolescente che assiste a una messa può cogliere immediatamente quando un sacerdote sembra recitare parole alle quali non crede nemmeno lui. E quella percezione allontana, non avvicina.

Le persone lontane non cercano dalla Chiesa ciò che possono trovare altrove. Cercano il Dio vivente, una speranza che il mondo non è in grado di offrire. Difficilmente qualcuno si orienta verso una chiesa che non offre nulla di più di ciò che già propone la politica, la società o qualsiasi altra istituzione.

I sacramenti: forze che escono dal corpo di Cristo

Il Catechismo della Chiesa Cattolica orienta in una direzione completamente diversa. I sacramenti vengono presentati come «forze che escono dal corpo di Cristo sempre vivo» — e questo corpo vivo è la Chiesa. Sono i capolavori di Dio nella nuova ed eterna alleanza, azioni dello Spirito Santo che opera nel corpo mistico di Cristo.

I sacramenti non sono simboli religiosi né gesti devozionali. Sono il modo concreto e reale attraverso cui la salvezza di Cristo raggiunge gli uomini di oggi. In essi Gesù parla, perdona, fortifica, dà il bacio della riconciliazione e dell’amicizia. In definitiva, si dà tutto se stesso.

Il sacerdote, in virtù dell’ordinazione, non è un semplice animatore dell’assemblea né un funzionario del sacro. È stato configurato a Cristo sommo ed eterno sacerdote. Quando celebra i divini misteri agisce in persona Christi: in quel momento è Cristo che agisce. Non è il sacerdote che gestisce l’evento, ma il Signore che opera attraverso di lui. Papa Leone XIV, nella lettera indirizzata ai sacerdoti all’inizio del 2025, è tornato a presentare il sacerdote come alter Christus — altro Cristo — nel senso più preciso: non un Cristo diverso, ma qualcuno che deve conformarsi a lui, diventare lui. Come diceva sant’Agostino: facti sumus Christus.

La potatura: dono del Padre, non punizione

Torniamo alla parabola. Tra le azioni che compie l’agricoltore, ce n’è una particolarmente significativa: la potatura. «Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie. Ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto» (Gv 15,2).

Il Padre guarda la nostra vita e la valuta in base al legame con Cristo. I tralci secchi, secondo alcuni esegeti, rappresentano quei cristiani che, per timore delle persecuzioni, vivono nascosti, spacciando la loro mancanza di coraggio per prudenza. Accanto a loro ci sono tralci apparentemente rigogliosi — ricchi di foglie, di iniziative, di parole — ma poveri di frutti evangelici. Sono coloro che riducono la fede a un intellettualismo verbale o a un attivismo frenetico, finalizzato alla ricerca del consenso piuttosto che alla conversione del cuore.

La potatura è necessaria per tutti. È dolorosa. Ma non è una sanzione punitiva né una perdita mutilante. È un supremo atto di cura provvidenziale. Il Padre non interviene per togliere la vita, ma per liberare dai residui che la rendono arida. Le sue mani, come diceva Bonhoeffer, sono ora mani di grazia, ora mani di dolore, ma sempre mani d’amore.

La croce al centro: sacrificio, sofferenza, fecondità

Parlare di potatura, di sacrificio, di croce sembra rendere il messaggio cristiano meno attraente, meno moderno, impopolare. C’è chi considera questi discorsi superati, inadatti al mondo di oggi. Eppure qui si gioca qualcosa di decisivo per la fede cristiana.

Quando l’Eucaristia non viene più riconosciuta come memoriale vivo del sacrificio di Cristo, ma solo come momento comunitario o conviviale, si perde inevitabilmente anche il senso cristiano della sofferenza offerta per amore. E quando si perde il legame tra la croce di Cristo e la vita cristiana, diventa difficile — se non impossibile — comprendere che il dolore può trasformarsi in luogo di comunione, di redenzione, di fecondità spirituale.

Se si toglie la centralità della croce dalla liturgia, la si toglie anche dalla vita. E allora tutto ciò che costa, tutto ciò che limita, tutto ciò che fa soffrire viene percepito solo come un male da evitare. Non si comprende più la potatura, non si accetta ciò che purifica, non si riconosce l’opera del Padre nelle prove.

Joseph Ratzinger, nell’Introduzione allo Spirito della Liturgia, annotava con amara ironia uno dei fenomeni più rivelatori del nostro tempo: la croce spostata sul lato dell’altare per lasciare libero lo sguardo dei fedeli sul sacerdote. «Ma la croce durante l’Eucaristia rappresenta un disturbo?» si chiedeva. Il punto di riferimento è il Signore — il sole nascente della storia. Non la nostra faccia.

Conclusione: tornare a Cristo per ritrovare la Chiesa

La crisi che attraversa la Chiesa oggi ha radici profonde. Come affermava Benedetto XVI, alla radice di questa crisi vi è innanzitutto una crisi della fede da parte di tanti sacerdoti: una fede che si indebolisce nel cuore di coloro che sono chiamati ad annunciarla e a renderla presente.

Il cristianesimo non può ridursi a un’etica — l’uomo è capace da solo di costruire sistemi morali. Non può ridursi a una generica spiritualità — l’uomo sa creare forme di spiritualità adatte ai propri bisogni. La Chiesa esiste per qualcosa di infinitamente più grande: annunciare che Gesù è vero Dio e vero uomo, che è risorto dai morti, che continua ad operare attraverso la sua Chiesa, e che ha vinto la morte per riportare l’uomo — decaduto a causa del peccato originale — alla pienezza della vita eterna.

Senza questo orizzonte teologico chiaro si finisce fuori strada, nell’eresia del pelagianesimo — quella per cui la salvezza dipende dal nostro fare. Il ministero sacerdotale, invece, non consiste principalmente nel fare qualcosa per Cristo, ma nel lasciargli spazio nella propria vita: affinché sia lui a vivere, a parlare, ad agire per mezzo del sacerdote. Quanto più la vita del sacerdote sarà unita a Cristo, tanto più il ministero sacerdotale diventerà trasparenza della presenza del Signore.


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