A volte, soprattutto in ambito cattolico, persiste un pregiudizio diffuso, spesso inconsapevole, secondo cui l’amore per Dio e l’amore per una persona sarebbero due grandezze in competizione, come se il cuore fosse un recipiente a capacità limitata nel quale l’una toglie spazio all’altra. Chi ama intensamente un’altra persona, si pensa, avrebbe meno spazio per Dio; chi si dedica a Dio dovrebbe in qualche modo ridimensionare gli affetti umani: nello specifico si pensi al caso della vita dei religiosi in generale. Dietrich Bonhoeffer, teologo tedesco morto martire nel 1945, nonostante fosse luterano, ha lasciato pagine di straordinaria bellezza che smorzano questo equivoco. Nella lettera scritta dal carcere di Tegel al nipote Eberhard Bethge e alla fidanzata Renate, in occasione del loro matrimonio, Bonhoeffer non offre una teoria astratta, ma un’immagine musicale capace di ricomporre l’intera questione: quella del cantus firmus e del contrappunto. È un’immagine che merita di essere riscoperta, perché racchiude una delle intuizioni più feconde della spiritualità cristiana sul rapporto tra amore umano e amore divino.
La metafora del cantus firmus
Nella musica polifonica antica, il cantus firmus è la melodia portante, spesso un canto liturgico preesistente, attorno al quale le altre voci si intrecciano in libertà, creando armonie sempre nuove. Bonhoeffer utilizza questa immagine per descrivere il posto di Dio nella vita di chi ama: Dio e la sua eternità, scrive, pretendono di essere amati con tutto il cuore, ma non per questo l’amore terreno viene sminuito o compromesso. Al contrario, l’amore per Dio funziona come quella melodia stabile e chiara attorno a cui le altre voci dell’esistenza — l’amore coniugale, l’amicizia, la gioia per le piccole cose — possono cantare in contrappunto, cioè intrecciarsi con piena libertà espressiva.
Il punto decisivo è questo: più il cantus firmus è nitido e ben distinto, più il contrappunto può dispiegarsi con vigore. Non è una relazione di sottrazione, ma di reciproca intensificazione. Un amore umano che si appoggia su un fondamento saldo — la fede, la fiducia in Dio, un orizzonte di senso che va oltre la coppia stessa — non si impoverisce: si rafforza, trova le sue note più ricche e più libere. Bonhoeffer, scrivendo dal carcere a due giovani che stanno per sposarsi, non chiede loro di scegliere tra Dio e l’amore reciproco: chiede loro di lasciar risuonare con chiarezza il cantus firmus, perché solo così il suono complessivo della loro vita sarà pieno, sostenuto, capace di non perdere la rotta.
Amore terreno e amore divino: alleati, non rivali
Questa immagine musicale ribalta una visione competitiva della vita spirituale che, purtroppo, ha talvolta attraversato anche certa retorica religiosa. Non si tratta di “rinunciare” agli affetti per fare spazio a Dio, come se la vita fosse un “gioco a somma zero”. Si tratta piuttosto di riconoscere che l’amore divino è la condizione di possibilità per ogni amore autentico, non il suo concorrente. Quando l’amore per Dio è vissuto come sfondo stabile, l’amore umano non viene compresso: viene liberato dalla paura della perdita, dalla pretesa di dover essere tutto per l’altro, dal peso insostenibile di dover colmare da soli ogni vuoto esistenziale del partner.
È un’intuizione che dialoga profondamente con l’esperienza comune. Chi ha vissuto relazioni in cui un’unica persona doveva rappresentare l’intero orizzonte di senso sa quanto questo carico sia opprimente, tanto per chi lo porta quanto per chi lo riceve. Bonhoeffer, invece, propone un’architettura diversa: un amore umano che respira dentro un amore più grande, che non deve reggere da solo il peso dell’esistenza, perché quel peso è già sostenuto altrove. Il contrappunto, nella musica, non è mai subordinato in senso umiliante al cantus firmus: è voce autonoma, creativa, a tratti persino audace. Ma proprio la sua autonomia è resa possibile dalla stabilità della melodia di fondo. Così è per l’amore umano: la sua libertà, la sua gioia, persino la sua imperfezione trovano casa dentro una cornice più ampia che non lo giudica né lo sostituisce, ma lo accompagna.
Il matrimonio come “ufficio”: responsabilità oltre il sentimento
Nella stessa lettera, Bonhoeffer sviluppa un’altra intuizione che rafforza questa visione non competitiva: il matrimonio, scrive, è più grande dell’amore reciproco dei due sposi. Ha una dignità e una forza che superano il semplice sentimento. Finché due persone si limitano ad amarsi, il loro sguardo resta chiuso nel recinto isolato della coppia; entrando invece nel matrimonio, esse diventano un anello della catena delle generazioni, inserite in un disegno che le supera e le chiama a una responsabilità più ampia nel mondo.
Questa distinzione tra sentimento e istituzione non svaluta l’amore, ma lo colloca nella giusta prospettiva. Il sentimento appartiene ai due innamorati; il matrimonio, invece, è per Bonhoeffer una sorta di investitura, un incarico che nessuno può darsi da sé, così come nessun re può autoproclamarsi tale senza che il suo ruolo gli venga riconosciuto. Non è la voglia di amarsi a rendere una coppia capace di essere strumento di vita nel mondo: è l’istituzione del matrimonio, voluta e sostenuta da Dio, a rendere gli sposi idonei a questo compito. In altre parole, non è l’amore a sostenere il matrimonio, ma il matrimonio — inteso come realtà che viene da Dio — a portare sulle proprie spalle l’amore, proteggendolo nei momenti in cui il sentimento, da solo, vacillerebbe.
Anche qui la logica è quella della polifonia: l’amore umano riceve dall’alto una struttura che non lo comprime, ma lo custodisce nel tempo, offrendogli una stabilità che il solo trasporto emotivo non potrebbe garantire.
Dio è amore: la sorgente di ogni amore possibile
Per comprendere fino in fondo perché l’amore umano e quello divino non siano in concorrenza, occorre fare un passo ulteriore, che Bonhoeffer compie nella sua Etica. Qui l’autore mette in guardia da un fraintendimento molto diffuso: pensare che l’amore sia anzitutto un comportamento umano — generoso, altruistico, premuroso — a cui poi si aggiunge, come un supplemento, l’amore per Dio. Bonhoeffer ribalta la prospettiva partendo dal celebre versetto della prima lettera di Giovanni: Dio è amore. L’accento, spiega, va posto sulla parola Dio e non sulla parola amore: non si tratta di definire Dio a partire da un’idea di amore che già possediamo per natura, ma di scoprire cosa sia realmente l’amore soltanto a partire dalla rivelazione di Dio in Gesù Cristo.
Questo significa che l’amore non nasce prima di tutto nel cuore umano per poi, eventualmente, rivolgersi anche a Dio. È esattamente il contrario: l’amore ha la sua origine in Dio, si manifesta storicamente nel dono della vita di Cristo, e solo a partire da questa sorgente diventa comprensibile e praticabile anche l’amore umano. Non è dunque un dato generico — “dare la vita per gli altri” come principio astratto — ma un evento unico e irripetibile, quello di Cristo, a definire cosa sia davvero l’amore.
Ne consegue una conclusione importante per il nostro discorso: se l’amore umano trova la propria verità e la propria pienezza solo partecipando a questa origine divina, allora amare una persona nel modo più autentico possibile significa, in qualche misura, lasciare che quell’amore attinga alla stessa fonte da cui sgorga l’amore di Dio. Non c’è quindi separazione né rivalità tra i due amori: c’è derivazione, partecipazione, appartenenza a un’unica sorgente.
La passività feconda: essere amati per poter amare
Un altro tassello importante dell’Etica di Bonhoeffer riguarda ciò che lui chiama la “passività” dell’amore umano verso Dio. Non si tratta di un’inerzia psicologica, di un ripiegamento rassegnato, ma di un concetto squisitamente teologico: l’uomo ama Dio perché è stato amato per primo, e questo essere-amati precede e rende possibile ogni suo amare. Bonhoeffer richiama qui il testo giovanneo: noi amiamo perché Lui ci ha amati per primo. Non esiste, in altre parole, un amore umano per Dio che sia realmente indipendente, autoprodotto, sganciato dall’iniziativa divina.
Questo potrebbe sembrare, a prima vista, un ridimensionamento della libertà umana. In realtà è vero l’opposto: proprio perché l’amore per Dio non è un obbligo da produrre con le proprie forze, ma un consenso gioioso a un dono già ricevuto, esso libera l’uomo da ogni ansia prestazionale. E questa stessa logica si estende, per analogia, all’amore umano: chi si sa già amato — da Dio, in ultima istanza — può amare l’altro senza la pretesa disperata di doversi meritare l’amore, senza il bisogno ossessivo di controllare o trattenere chi ama. La passività di cui parla Bonhoeffer non esclude affatto l’azione: al contrario, l’uomo “nella sua totalità, che pensa e opera” ama Dio e i fratelli. È una passività feconda, che genera iniziativa, pensiero lucido, azione gioiosa, non paralisi.
La polifonia dell’esistenza come stile di vita
Mettendo insieme questi elementi — la metafora del cantus firmus, la visione del matrimonio come ufficio più grande del sentimento, l’affermazione che Dio è amore, la passività feconda dell’essere amati — emerge un quadro coerente e, per molti versi, liberatorio. L’amore umano non deve competere con Dio per conquistarsi uno spazio nel cuore della persona credente. Non deve nemmeno vivere nel sospetto di essere, in qualche modo, un ostacolo alla vita spirituale. Al contrario, quando l’amore per Dio occupa il proprio posto — non come rivale, ma come fondamento — l’amore umano trova la libertà di essere pienamente se stesso: creativo, appassionato, capace di rischio, come una voce di contrappunto che osa intrecciarsi con originalità attorno a una melodia stabile.
Questo è, in fondo, il senso più profondo della “polifonia dell’esistenza” di cui parla Bonhoeffer nella lettera a Bethge: una vita in cui le diverse voci dell’amore — quello coniugale, quello amicale, quello per il lavoro, per la bellezza, per la giustizia — non si annullano a vicenda, ma si armonizzano, perché tutte trovano il proprio riferimento in un’unica origine. Vivere così significa smettere di temere che amare intensamente una persona ci allontani da Dio, e iniziare a scoprire che è vero l’esatto contrario: un amore umano radicato in Dio diventa più stabile, più generoso, più capace di attraversare le prove del tempo senza spezzarsi.
Lasciar risuonare il cantus firmus
Le parole di Bonhoeffer, scritte in una cella di prigione, mentre l’autore sapeva di rischiare la vita per la propria fede, hanno un’autorità particolare: non sono l’espressione di altisonanti astrazioni teologiche, ma la testimonianza di chi ha vissuto fino in fondo, e fino al martirio, la coerenza tra fede e amore per la vita. Il suo invito, rivolto ai futuri coniugi Bethge ma indirizzabile idealmente a chiunque, resta attuale: lasciar risuonare con chiarezza il cantus firmus nella propria esistenza, non per soffocare le altre voci, ma perché possano finalmente cantare con pienezza. L’amore umano, quando si lascia sostenere da questa melodia più grande, non perde nulla della propria bellezza: anzi la trova, la moltiplica, la rende capace di durare. Non c’è, dunque, alcuna concorrenza tra l’amore per Dio e l’amore per una persona: c’è, semmai, la possibilità di una polifonia in cui ogni voce, sostenuta dall’altra, canta più forte e più libera di quanto potrebbe fare da sola.
Piccola bibliografia di riferimento:
Bonhoeffer, Dietrich, «Lettera a Renata ed Eberhard Bethge», in Opere di Dietrich Bonhoeffer, 8: Resistenza e resa, 10 voll., Queriniana, Brescia 2002, 412;
Bonhoeffer, Dietrich, «Etica», Brescia 2010, pp. 294-298;
Ronchi, Ermes, I baci non dati, Milano, Paoline Editoriale Libri, 2007.











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