Un’eredità tradita: il caso che scuote la Chiesa
Da alcuni anni un caso poco conosciuto al grande pubblico, ma dalle conseguenze enormi per la vita della Chiesa, riguarda il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi sul Matrimonio e la Famiglia. Fondato da San Giovanni Paolo II nel 1981, questo Istituto era nato per approfondire e diffondere la conoscenza cristiana dell’amore coniugale, della sessualità e della famiglia, in piena fedeltà al Vangelo. Negli ultimi anni, però, l’Istituto è stato profondamente trasformato: nuovi vertici, nuovo statuto, nuovi insegnamenti, al punto che diversi osservatori e diversi ex professori parlano apertamente di un tradimento dell’intuizione originaria del Papa polacco.
Il caso è tornato alla ribalta quando monsignor Vincenzo Paglia, l’arcivescovo scelto da papa Francesco per guidare la riforma, ha rivendicato pubblicamente, in un’intervista, il proprio ruolo nella soppressione dell’Istituto storico e nella sua sostituzione con un nuovo ente accademico. Paglia ha ammesso che l’operazione non era soltanto organizzativa, ma mirava a un cambiamento di paradigma dottrinale: una revisione radicale del concetto stesso di legge naturale, da intendersi non più come principio stabile e scientificamente fondato a cui applicare norme morali rivelate, ma come esito di un presunto discernimento storico sempre in cambiamento.
A questa rivendicazione ha risposto con un lungo documento monsignor Livio Melina, preside dell’Istituto dal 2006 al 2016, che ha ricostruito con precisione sia l’intento originario di Giovanni Paolo II sia il reale lavoro svolto in oltre trent’anni di attività scientifica. Ne emerge un quadro allarmante, che vale la pena ripercorrere per comprendere davvero la posta in gioco.
La visione di Giovanni Paolo II: amore, corpo e legge naturale
Per capire la gravità di quanto accaduto occorre partire dalle intenzioni di San Giovanni Paolo II. Come ha documentato la ricerca storica sui suoi archivi, l’allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyła aveva avuto un ruolo determinante nella preparazione dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI. Sapeva bene che sulla morale coniugale si giocava una sfida decisiva per la Chiesa, e che alla teologia morale tradizionale, se rinchiusa in soli schemi giuridici e casistici, non sarebbe stato permesso di rendere pienamente ragione della bellezza dell’amore umano e del significato della procreazione.
Da qui nacque la sua celebre catechesi sulla “teologia del corpo”, tenuta come Papa tra il 1979 e il 1984, che mostrava la vocazione dell’uomo al dono di sé come partecipazione al disegno stesso di Dio. Di fronte al montare delle contestazioni sistematiche a Humanae vitae, Giovanni Paolo II scrisse poi l’enciclica Veritatis splendor, nella quale offrì una lettura rinnovata, personalistica, della legge naturale mostrando come essa non sia un’astrazione imposta dall’esterno o un retaggio culturale, ma nasca dal linguaggio del dono di sé che il Creatore ha inscritto nel corpo umano, un linguaggio che la ragione, sorretta dalla virtù, è capace di riconoscere.
Fu proprio in questo contesto che, nel 1982, il Papa diede vita giuridica definitiva all’Istituto per gli studi su Matrimonio e Famiglia, richiamando esplicitamente l’enciclica Humanae vitae e affidando a tale istituzione il compito di indagare, con metodo interdisciplinare, il disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia. Un progetto tutt’altro che astratto: una scuola di pensiero al servizio della vita reale delle coppie e delle famiglie ma saldamente fondata sul Magistero della Chiesa, per la quale dette il suo contributo, importante e prezioso, anche il compianto Mons. Sgreccia.
Un Istituto fecondo, non una “teologia da tavolino”
Mons. Paglia ha giustificato la trasformazione dell’Istituto sostenendo che esso proponesse una teologia astratta, “da tavolino”, incentrata su una coppia isolata e su assoluti morali sganciati dalla vita reale. È un’accusa che, ripercorrendo la storia dell’Istituto, non regge alla prova dei fatti.
Sul piano antropologico, l’Istituto ha sviluppato una visione dell’uomo centrata sul “mistero nuziale”: la persona non è mai isolata, ma cresce attraverso le tappe dell’essere figli, sposi e genitori, in un dinamismo che si apre naturalmente alla famiglia, alla società e a tutto il creato. Lo confermano i titoli di decine di convegni dedicati a temi come la cultura della famiglia, la vita nascente, l’alleanza tra generazioni o lo sviluppo sostenibile. L’Istituto ha inoltre costantemente dialogato con le scienze umane e con le grandi tradizioni religiose, dall’ebraismo all’islam, dal buddhismo all’induismo, segno di un’apertura tutt’altro che formale.
Sul piano della teologia morale, dal 1997 l’Area Internazionale di Ricerca ha sviluppato una riflessione centrata sull’incontro con Cristo come sorgente dell’esperienza morale cristiana, mostrando come le virtù nascano dall’amore e come la carità costruisca il soggetto cristiano. Per oltre vent’anni l’Istituto ha dialogato apertamente con teologi di impostazioni anche molto diverse, arricchendo il confronto scientifico invece di chiudersi in una fortezza ideologica. Le dodici sezioni sparse nei cinque continenti e le migliaia di studenti formati, spesso divenuti animatori pastorali nei loro Paesi, sono la prova più evidente della fecondità di questo lavoro, ben lontano dall’immagine sterile dipinta da Paglia.
Il cambiamento di Paglia: un paradigma dottrinale senza fondamento
La verità della riforma voluta da Paglia emerge con chiarezza nel volume Etica teologica della vita, curato dalla Pontificia Accademia per la Vita nel 2022, che egli stesso indica come punto di riferimento. Il testo poggia su due pilastri: il primato dell’ermeneutica e il primato della coscienza soggettiva.
Il primo principio afferma che ogni interpretazione della realtà è sempre condizionata dalla storia e dalla cultura, per cui la dottrina morale andrebbe continuamente “ricontestualizzata” per adattarsi alla mentalità corrente: è così, ad esempio, che si aprirebbe la strada ad un ripensamento della dottrina sull’adulterio o sull’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Il secondo principio, ancora più problematico, identifica il soggetto morale con la propria coscienza, trasformata in una sorta di fonte autonoma della norma stessa: è la coscienza, e non più la verità oggettiva sul bene, a decidere che cosa sia lecito e cosa no.
Questa impostazione, però, nega di fatto l’esistenza di assoluti morali, cioè di azioni sempre e comunque negative indipendentemente dalle circostanze. È un rovesciamento netto rispetto a Veritatis splendor, che invece ricordava come esista nell’uomo una natura che trascende le culture e che trova il proprio fondamento ultimo in Cristo, “lo stesso ieri, oggi e sempre”. Un altro concetto chiave della riforma, quello del “bene possibile”, applica poi ai precetti morali negativi il principio per cui nessuno è tenuto a cose impossibili: ma la tradizione della Chiesa, da Trento in poi, ha sempre insegnato che Dio non comanda mai l’impossibile e che, con la grazia, ogni comandamento diventa praticabile.
Il caso Biden e la “coscienza luterana”: i segnali di una deriva
Che questo cambio di paradigma non fosse un semplice esercizio accademico, ma avesse conseguenze pratiche immediate, lo ha dimostrato un episodio avvenuto nel gennaio 2021. Sulla pagina Facebook dell’Istituto, ormai già riformato da Paglia dal 2019, comparve un post a difesa della “cattolicità” del neoeletto presidente americano Joe Biden, sostenitore dichiarato del diritto all’aborto. Di fronte alle critiche, chi gestiva la pagina rispose testualmente che “difendere il diritto all’aborto non vuol dire difendere l’aborto”, aggiungendo che pochi cattolici resisterebbero a un giudizio di coerenza basato sulle posizioni politiche. Il post, dopo le reazioni indignate, fu rimosso, ma gli screenshot restano a testimonianza di quanto accaduto.
Come ha osservato Riccardo Cascioli, l’affermazione è agli antipodi del Magistero di Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Evangelium vitae aveva definito la rivendicazione del “diritto” all’aborto un uso perverso della libertà, capace di trasformarla nel suo contrario: il potere di alcuni sulla vita di altri. Da qui la proposta, tanto provocatoria quanto significativa, di togliere il nome del Papa santo da un Istituto che ormai lo tradisce nella sostanza, intitolandolo piuttosto ad Amoris laetitia.
Ancora più inquietante è la lettura teologica offerta da Stefano Fontana: quella frase rivela una concezione della coscienza di matrice luterana e kantiana, non cattolica. Non più un giudizio che applica una legge morale oggettiva, ma una volontà che genera essa stessa la norma; non più circostanze che aggravano o attenuano un atto, ma elementi che possono arrivare a riformulare la legge stessa; non più atti intrinsecamente cattivi in ogni circostanza, ma un “discernimento” esteso anche a ciò che la tradizione ha sempre giudicato inammissibile, come l’adulterio o l’aborto appunto.
Un bivio per tutta la Chiesa: quale morale, quale speranza
Al termine di questo percorso, la domanda che monsignor Melina pone con forza non riguarda soltanto il destino di un istituto accademico, ma il futuro stesso della morale cattolica. La Chiesa si trova davanti a un bivio: continuare ad annunciare la grandezza della vocazione umana all’amore, così come l’ha insegnata Cristo e come l’ha ripresa Giovanni Paolo II, oppure rassegnarsi a una “morale del ribasso”, che giustifica le fragilità umane come insuperabili, rinunciando alla forza vivificante della grazia divina.
Da un punto di vista apologetico, la vicenda dell’Istituto Giovanni Paolo II non è un episodio isolato di politica ecclesiastica, ma il sintomo di una battaglia dottrinale più ampia, che tocca il cuore stesso dell’insegnamento cristiano su libertà, coscienza e verità morale. Difendere l’eredità di quell’Istituto, così come l’aveva pensato il Papa santo, significa difendere l’idea che la misericordia di Dio non consiste nell’abbassare l’asticella della vita cristiana, ma nel donare la grazia necessaria per raggiungerla, per quanto stretta e impegnativa sia la strada da percorrere. È una speranza esigente, ma è l’unica capace di rendere davvero giustizia alla dignità dell’uomo e alla novità permanente del Vangelo.










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