C’è una domanda che, prima o poi, ogni essere umano si pone. La formula varia, ma la sostanza è sempre la stessa: se Dio esiste ed è onnipotente, perché non elimina il male? È un’obiezione che affiora nei momenti di dolore acuto, ma anche nelle conversazioni filosofiche più distaccate; la si trova sulle labbra di chi ha perso qualcuno, di chi scorre le notizie del giorno, di chi semplicemente guarda il mondo e non riesce a riconciliarlo con l’idea di un Creatore buono e potente. È una domanda onesta, e come tale merita una risposta seria. Prima di darla, però, occorre smontare un presupposto che si nasconde silenziosamente dentro la domanda stessa.

L’onnipotenza e i suoi limiti logici

Monsignor Fulton Sheen, uno degli apologeti cattolici più lucidi e popolari del Novecento, amava affrontare questa obiezione partendo da un chiarimento preliminare: l’idea di onnipotenza che sta alla base della domanda è, in realtà, una caricatura. Quando la teologia cristiana afferma che Dio è onnipotente, non intende che Egli possa fare qualsiasi cosa — includendo l’assurdo e il contraddittorio. San Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, è molto preciso in proposito: le cose che implicano una contraddizione logica non rientrano nell’onnipotenza divina, non perché Dio sia in qualche modo limitato, ma perché quelle cose semplicemente non esistono — sono il nulla rivestito di parole.

Un “cerchio quadrato” non è un miracolo troppo arduo nemmeno per Dio: è un’assurdità, una non-cosa. E la stessa logica si applica all’idea di un “essere libero costretto a scegliere il bene”. Come spiegava Sheen con la sua consueta limpidezza, Dio avrebbe potuto creare un mondo senza male, ma avrebbe dovuto creare un mondo senza uomini. Eliminare radicalmente la possibilità di scegliere il male non significa semplicemente estirpare il peccato: significa sopprimere la libertà, e con essa l’umanità stessa, degradata al rango di automa biologico — sofisticato, forse, ma pur sempre un ingranaggio.

Il prezzo dell’amore autentico

Perché, allora, Dio ha “corso il rischio” di creare esseri liberi, sapendo in anticipo che quella libertà avrebbe generato guerre, tradimenti e violenze di ogni genere? Sheen non esitava a rispondere: perché Dio è Amore, nel senso più radicale e impegnativo del termine. La Prima Lettera di Giovanni lo dice con una sintesi folgorante: Deus caritas est.

E l’amore, per essere autentico, non può essere programmato né estorto. Sheen lo illustrava con un esempio immediato: un robot a cui è stato installato un software per pronunciare “ti amo” non sta amando — sta eseguendo un’istruzione. Su questa stessa lunghezza d’onda si muoveva Carl S. Lewis, apologeta anglicano e pensatore cristiano tra i più influenti del Novecento, secondo cui il libero arbitrio è l’unica condizione che rende possibile l’amore autentico, la virtù e la gioia vera. Un mondo di automi sarebbe un mondo senza peccato, certamente — ma sarebbe anche un mondo senza amore, senza coraggio, senza generosità, senza santità. Il prezzo della possibilità dell’amore più alto è la possibilità dell’odio più profondo.

Dio, in questa prospettiva, non ha scelto tra un mondo perfetto e un mondo imperfetto. Ha scelto tra un mondo vivo e un mondo morto. Ha preferito un universo ferito ma reale, abitato da creature capaci di sceglierLo liberamente, piuttosto che un paradiso artificiale popolato da schiavi obbligati all’obbedienza.

Il maestro, il quaderno e la pedagogia del dolore

L’obiezione, tuttavia, non cede facilmente. Si potrebbe insistere: “Va bene la libertà, ma Dio non potrebbe almeno intervenire nei casi estremi? Fermare la mano di un assassino, impedire una strage?”

È qui che Sheen ricorreva a una delle sue metafore più efficaci: quella del maestro e dello scolaro. Un buon insegnante non fa i compiti al posto dell’alunno, non cancella ogni errore prima che l’inchiostro si asciughi, non trasforma il quaderno in una sequenza di pagine immacolate. Lo fa non per indifferenza, ma perché sa che la crescita autentica avviene attraverso il tentativo, l’errore e la correzione. Se Dio bloccasse sistematicamente ogni cattiva scelta umana — se ogni proiettile deviasse magicamente, ogni veleno si tramutasse in acqua, ogni atto malvagio venisse neutralizzato prima di produrre effetti — le azioni umane perderebbero il loro peso reale. Un mondo in cui le scelte non hanno conseguenze è un mondo in cui la libertà è una finzione.

Senza conseguenze reali non esiste responsabilità morale, e senza responsabilità non esiste crescita spirituale. Sheen insisteva su questo punto: Dio non vuole “oggetti perfetti”, ma “figli maturi”. Il fango e gli errori sul quaderno della storia umana non sono la prova dell’assenza di Dio, ma il segno di un cammino pedagogico in cui l’umanità impara, spesso a proprie spese, il valore del bene attraverso la drammatica esperienza della sua assenza.

La risposta che nessuna filosofia può dare: la Croce

A questo punto, l’apologetica cristiana entra in possesso di un argomento che nessuna teodicea puramente filosofica può vantare. E Sheen lo sapeva bene: non si tratta di una speculazione astratta, ma di un fatto storico che trasforma la natura stessa del problema.

Dio non osserva il male del mondo dall’esterno, seduto su un trono distaccato, limitandosi a tollerarlo in nome della libertà. In Gesù Cristo, Dio è entrato nel quaderno macchiato d’inchiostro. Ha subito l’ingiustizia, la tortura, l’abbandono, la morte — e non la morte serena del saggio circondato dai discepoli, ma la morte infamante del condannato, crocifisso tra due ladroni. Ha assunto su di Sé le conseguenze più estreme del cattivo uso della libertà umana.

Questo cambia tutto. La tolleranza divina nei confronti del male non è passività né indifferenza: è lo spazio di pazienza che Dio concede all’uomo perché possa convertirsi, crescere, scegliere. E la Redenzione dimostra che Dio non solo permette il male, ma possiede la sapienza e il potere di trarne un bene ancora più grande. La liturgia della Veglia pasquale lo esprime in una formula che condensa secoli di teologia in poche parole: Felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem — “Felice colpa, che meritò un così grande Redentore”. Il male non è l’ultima parola. Non lo è mai stato.

La sfida speculare

Sheen amava concludere questo ragionamento capovolgendo la prospettiva sull’interlocutore, trasformando la sua obiezione in una sfida:

Se tu fossi Dio e togliessi il male con la forza, trasformeresti l’universo in una gabbia di marionette perfette, ma incapaci di amare. Costruiresti un paradiso in cui nessuno ha scelto di abitare, popolato da creature che obbediscono non per amore, ma per impossibilità di fare altrimenti. Dio ha avuto più coraggio: ha preferito un mondo ferito ma libero, ha accettato il rischio dell’amore vero, si è persino lasciato crocifiggere dalle sue stesse creature — e ha risposto non con la distruzione, ma con la Risurrezione.

Il silenzio di Dio davanti al male, dunque, non è il silenzio dell’assente. È il silenzio di chi rispetta abbastanza la libertà dell’altro da non schiacciarla; di chi lavora nella storia, nelle coscienze e attraverso la Croce per trasformare ogni frammento di buio in luce. Una risposta, questa, che non dissolve il mistero del dolore — nessuna risposta umana potrebbe farlo — ma che gli conferisce un senso, e indica una direzione.

Lo stesso Benedetto XVI quando era ancora cardinale ce lo ha ricordato:

“Il segno della croce è una professione di fede: io credo in Colui che ha sofferto per me ed è risorto; in Colui che ha trasformato il segno dello scandalo in un segno di speranza e dell’amore presente di Dio per noi” – cfrJoseph Ratzinger, “Introduzione allo spirito della liturgia”, San Paolo 2001.


Scopri di più da AM graffiti

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Una risposta a “Il paradosso della libertà e il silenzio di Dio: la vera onnipotenza sta nella Croce”

  1. Avatar Bruna
    Bruna

    Bellissimo articolo, condivido pienamente, il Signore ci ama e ha lasciato all’ uomo il libero arbitrio ma sa trarre il bene dal male e dalla morte la vita, in virtù della potenza gloriosa della Croce di Cristo. Grazie per questa opportunità di riflessione.

Lascia un commento