processo a Gesù

Le vacanze estive sono ormai alle porte – e per qualcuno sono già iniziate! – e non c’è posto migliore dell’ombrellone per immergersi in letture che, oltre a far passare il tempo, offrano veri spunti di riflessione. Proprio per questo, nei prossimi giorni vi proporrò una selezione di libri che considero preziosi per arricchire il nostro bagaglio umano, culturale e spirituale. Iniziamo subito da questo…

Tra i molti libri dedicati al processo di Gesù Cristo, pochi sono tanto singolari quanto l’opera pubblicata nel 1881 dagli abbé Lemann, intitolata Valore dell’assemblea che pronunciò la pena di morte contro Gesù Cristo. Si tratta di uno studio che affronta una domanda precisa: quale autorità morale e giuridica possedeva realmente il Sinedrio che condannò Gesù?

Innanzitutto chi erano i fratelli Lemann

I due fratelli gemelli Augustin e Joseph Lehmann (1836–1909/1915), entrambi nati in una ricca famiglia ebrea a Lione, furono figure influenti nella storia e nella teologia del XIX secolo. Convertitisi al cattolicesimo a diciotto anni, difesero la propria scelta spirituale di fronte a un enorme scandalo pubblico e alle durissime reazioni familiari, rivendicando sempre la totale autonomia e spontaneità del loro percorso.

Divenuti sacerdoti, teologi stimati e Monsignori sotto il pontificato di San Pio X, gli Abbé Leman si distinsero per un’intensa attività ecclesiale ed intellettuale, divenendo anche autori prolifici: insieme e individualmente pubblicarono nel complesso circa 150 opere.

Chiamati a dare il loro contributo durante il Concilio Vaticano I, furono sostenitori di un documento d’ispirazione biblica che invitava il popolo ebraico ad accogliere il cattolicesimo: il Postulatum. Nel 1892 diedero vita al convento di Nostra Signora del Monte Carmelo, ad Haifa. La loro singolare storia, sospesa tra identità d’origine e fervore missionario, costituisce la chiave di lettura fondamentale per comprendere lo stile e l’intensità delle loro opere.

Era legittima la sentenza di morte contro Gesù

La questione non è di semplice interesse storico. Se l’assemblea che pronunciò la sentenza era legittima, imparziale e rispettosa della legge, allora la condanna potrebbe apparire come il risultato di una procedura regolare. Se invece quell’assemblea era corrotta e il processo viziato da gravi irregolarità, il significato storico e religioso degli eventi cambia radicalmente.

Gli autori affrontano il problema con un metodo particolare. Essi sostengono che il valore di qualsiasi tribunale può essere giudicato sotto due aspetti: il valore delle persone che lo compongono e il valore degli atti che esso produce. Da qui nasce la struttura dell’opera: prima l’esame dei giudici, poi l’esame del processo.

Che cos’era il Sinedrio?

Il Sinedrio rappresentava la più alta istituzione giudiziaria del giudaismo del tempo. Era una sorta di corte suprema composta, secondo la tradizione, da settantuno membri. Vi sedevano sacerdoti, scribi ed anziani del popolo, cioè i rappresentanti delle principali classi dirigenti, potremmo dire in senso analogico, della nazione ebraica.

Nella memoria collettiva d’Israele il Sinedrio godeva di un prestigio immenso. Era considerato il custode della Legge, il garante della tradizione religiosa e il massimo organo di giudizio. Per questo motivo, osservano gli autori, la sua decisione contro Gesù ha esercitato per secoli un peso enorme sulla coscienza di molti.

Ma era davvero l’assemblea ideale descritta dalla tradizione?

Secondo gli abbé Lemann, la risposta è negativa.

Una classe dirigente in crisi

Gran parte della prima sezione del libro è dedicata alla ricostruzione della composizione concreta del Sinedrio negli anni della vita pubblica di Gesù.

Gli autori identificano numerosi membri dell’assemblea servendosi dei Vangeli, delle opere di Giuseppe Flavio e delle tradizioni rabbiniche. Emergono così figure già note al lettore cristiano: Anna, Caifa e altri esponenti delle grandi famiglie sacerdotali di Gerusalemme.

Il quadro che ne risulta è in realtà piuttosto avvilente.

Secondo la ricostruzione proposta, il sacerdozio dell’epoca era dominato da un ristretto gruppo di famiglie aristocratiche che si contendevano il potere religioso, economico e politico. Le nomine ai più alti incarichi non avvenivano più secondo il modello tradizionale, ma erano fortemente influenzate dalle autorità politiche e dagli interessi delle fazioni dominanti.

La famiglia di Anna occupa un posto centrale in questa analisi. Anna, pur non essendo più sommo sacerdote in carica, avrebbe continuato a esercitare una vastissima influenza. Diversi suoi figli e parenti ricoprirono infatti importanti funzioni sacerdotali. In pratica, sostengono gli autori, il controllo del culto e delle principali istituzioni religiose era concentrato nelle mani di poche famiglie potenti. Una situazione che comparata con l’oggi potrebbe far pensare a non poche analogie…

L’impressione che il libro vuole trasmettere è chiara: quando Gesù comparve davanti ai suoi giudici, non si trovò davanti a un’assemblea di santi o di sapienti imparziali, ma davanti a una classe dirigente fortemente compromessa con interessi di potere.

Il problema del diritto di condanna a morte

Gli abbé Lemann sapevano bene che al tempo di Gesù il tribunale ebraico non possedeva più legalmente il diritto di pronunciare sentenze capitali.

Come hanno ben ricostruito, quando la Giudea divenne una provincia romana, Roma riservò a sé il cosiddetto jus gladii, cioè il diritto di infliggere la pena di morte. Il Sinedrio conservò varie competenze religiose e disciplinari, ma perse la facoltà di eseguire autonomamente una condanna capitale.

Questo fatto occupa un posto centrale nell’argomentazione del libro. Ciò implicava che il Sinedrio, già prima di esaminare il caso di Gesù, non possedeva più pienamente l’autorità necessaria per emettere una sentenza di morte.

Gli autori interpretano inoltre questo fatto alla luce delle profezie bibliche. Essi vedono nella perdita dell’antica sovranità giudiziaria uno dei segni che, secondo le Scritture, avrebbero preceduto la venuta del Messia.

Da una prospettiva apologetica, il ragionamento è semplice: proprio nel momento in cui il potere giudiziario tradizionale di Israele viene meno, compare Gesù di Nazareth. Ciò costituirebbe, secondo gli autori, una significativa coincidenza provvidenziale.

Una condanna già decisa?

La seconda parte dell’opera affronta direttamente il processo.

Qui la tesi è ancora più netta.

Secondo gli abbé Lemann, la decisione di eliminare Gesù sarebbe stata presa molto prima dell’apertura formale del procedimento. Le riunioni del Sinedrio descritte nei Vangeli non rappresenterebbero l’inizio dell’inchiesta, ma il suo epilogo.

Gli autori individuano diversi episodi nei quali i capi religiosi avrebbero già manifestato la volontà di fermare Gesù e di impedirne l’influenza sul popolo. L’arresto, gli interrogatori e la condanna sarebbero dunque il punto d’arrivo di un progetto maturato da tempo.

Se questa interpretazione è corretta, il processo avrebbe avuto principalmente la funzione di conferire una parvenza di legalità a una decisione già presa.

Le regole della giustizia ebraica

Per dimostrare la loro tesi, gli autori compiono un lungo esame delle norme processuali ebraiche.

Secondo la tradizione rabbinica, le cause criminali richiedevano particolari garanzie: testimonianze concordi, interrogatori accurati, possibilità di difesa e procedure rigorose. La prudenza era considerata essenziale soprattutto quando era in gioco la vita di una persona.

L’intento degli autori è mostrare che la legislazione ebraica possedeva principi di notevole valore giuridico. Il problema, sostengono, non era la legge, ma il modo in cui essa venne applicata nel caso di Gesù.

Da questo punto di vista il libro non attacca il diritto ebraico in quanto tale; al contrario, ne esalta spesso la sapienza. L’accusa è rivolta ai giudici che avrebbero tradito la legge che pretendevano di difendere.

Le presunte irregolarità del processo

È qui che l’argomentazione raggiunge il suo culmine.

Gli abbé Lemann elencano una lunga serie di irregolarità che, a loro giudizio, renderebbero nullo il processo.

Tra le principali:

  • l’arresto preparato in segreto;
  • la ricerca preventiva di elementi d’accusa;
  • la celebrazione di sedute notturne;
  • l’uso di testimonianze contraddittorie;
  • gli interrogatori condotti in modo irregolare;
  • l’assenza di una reale difesa;
  • la rapidità della sentenza;
  • la conferma quasi immediata della condanna.

Secondo gli autori, il procedimento violò non una sola regola, ma un’intera serie di principi fondamentali. Essi arrivano così a una conclusione molto forte: dal punto di vista della legge ebraica, il processo a Gesù non avrebbe avuto alcun autentico valore giuridico.

Un paradosso storico

L’aspetto forse più interessante del libro è il paradosso che esso mette in evidenza. Da una parte vi è il Sinedrio, istituzione venerabile, custode della Legge e della tradizione religiosa. Dall’altra vi è Gesù, apparentemente solo e privo di potere.

Eppure, sostengono gli autori, è proprio l’istituzione che appare potente a rivelarsi debole e compromessa, mentre l’imputato condannato emerge come l’unica figura realmente integra.

In questa prospettiva la Passione assume un significato ancora più profondo. Gesù non sarebbe soltanto vittima dell’ingiustizia umana in generale, ma vittima di un’ingiustizia compiuta proprio da coloro che avrebbero dovuto difendere la giustizia.

Il significato apologetico dell’opera

Lo scopo finale del libro non è semplicemente storico.

Gli abbé Lemann intendono condurre il lettore verso una domanda religiosa fondamentale: se la condanna di Gesù fu così profondamente ingiusta, chi era veramente quest’uomo?

Per gli autori non basta affermare che egli fu vittima di un errore giudiziario. Molti innocenti sono stati condannati nel corso della storia. Ciò che rende unico il caso di Gesù è la straordinaria convergenza tra le profezie bibliche, la crisi delle istituzioni del suo tempo e la figura stessa del Nazareno.

L’ingiustizia del processo diventa quindi, nella corretta prospettiva, una prova indiretta della verità del Cristianesimo. Quanto più emerge la debolezza morale dei giudici, tanto più risplende l’innocenza dell’imputato.

Una lettura da contestualizzare certamente ma senza tradirne gli intenti

Naturalmente il lettore moderno deve ricordare che il libro fu scritto nel XIX secolo e in alcuni tratti riflette il linguaggio e la sensibilità della sua epoca.

Alcune delle sue conclusioni sono state anche fatte oggetto di una discussione non sempre onesta intellettualmente tra gli storici non cristiani. Alcuni detrattori hanno tentato di dimostrare che la situazione giuridica della Giudea fosse più complessa e che alcune norme rabbiniche utilizzate nella loro argomentazione fossero posteriori agli eventi narrati nei Vangeli. Ma tutto questo senza considerare la provenienza dal mondo ebraico degli stessi autori che ne conoscevano a fondo gli aspetti giuridici.

Nonostante questi goffi tentativi l’opera conserva un grandissimo interesse. Essa rappresenta uno dei tentativi più sistematici di rileggere il processo di Gesù alla luce delle fonti storiche disponibili e di confrontare il racconto evangelico con il diritto ebraico antico.

Al di là delle conclusioni che ciascuno vorrà trarne, il libro continua a porre la domanda che attraversa i secoli: come fu possibile che l’uomo che milioni di persone riconoscono come il Figlio di Dio fosse dichiarato colpevole dal più alto tribunale religioso del suo popolo?

È una domanda che non riguarda soltanto la storia del Cristianesimo. Riguarda il mistero permanente del rapporto tra verità e potere, tra giustizia e interesse, tra coscienza e autorità. Ed è forse proprio per questo che il processo a Gesù continua ancora oggi a interrogare credenti e non credenti.


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