Nel corso della storia della Chiesa, ogni stagione di risveglio spirituale ha portato con sé, quasi inevitabilmente, anche una tensione: quella tra l’ardore profetico di chi riceve un dono straordinario da Dio e la struttura visibile della comunità ecclesiale. Questa tensione non è in sé un male — anzi, può essere il luogo stesso in cui lo Spirito lavora — ma diventa distruttiva quando chi porta il carisma sceglie di anteporre la propria visione all’umile inserimento nel corpo della Chiesa.
La figura di San Francesco d’Assisi illumina questo nodo con una chiarezza rara. Al suo tempo, il fermento spirituale era enorme. Movimenti laicali, gruppi penitenziali, predicatori itineranti: molti di loro si richiamavano al Vangelo, alla povertà, alla semplicità evangelica. Alcuni, come i Catari o i Valdesi, giunsero a rotture aperte con Roma, convinti che la fedeltà a Cristo esigesse il rifiuto di una Chiesa che consideravano corrotta. Eppure Francesco, che ricevette da Dio rivelazioni altrettanto profonde — se non più radicali — circa la povertà e la pace, non percorse quella strada. Non perché fosse meno coraggioso o meno ardente, ma perché comprese qualcosa di essenziale: che il carisma ricevuto non gli apparteneva, e che la sua autenticità doveva essere verificata proprio là dove costa di più, cioè nell’obbedienza.
Due obbedienze, un’unica fedeltà
Papa Benedetto XVI, in una meditazione di straordinaria profondità tratta dal volume VIII/1 della sua Opera omnia: «Chiesa: segno tra i popoli. Scritti di ecclesiologia e di ecumenismo» (Libreria Editrice Vaticana), individua nel cuore dell’esperienza francescana una «duplice, appassionata obbedienza»: obbedienza assoluta alla missione ricevuta direttamente da Dio — vivere il Vangelo sine glossa, senza “interpretazioni” né attenuazioni — e, insieme, obbedienza alla Chiesa concreta, storica, con tutte le sue imperfezioni e le sue lentezze istituzionali.
Ciò che colpisce è che Benedetto XVI non presenta queste due obbedienze come contrastanti, né come gerarchicamente ordinate in modo tale che una possa sospendere l’altra. Al contrario: l’una completa l’altra, e solo insieme costituiscono la risposta autentica al dono ricevuto. Scrive il papa: «L’obbedienza al compito non è sminuita ma resa completa dall’obbediente stare nella Chiesa». Questa affermazione merita di essere meditata con attenzione. Non si tratta di un invito alla passività o alla rassegnazione. Si tratta di riconoscere che il luogo dell’adempimento del carisma è precisamente la Chiesa, non nonostante le sue resistenze, ma attraverso di esse.
Francesco riuscì a reintrodurre nella Chiesa — dalla quale erano già stati esclusi — il movimento della povertà e dell’evangelizzazione dei laici. Lo fece non rompendo con Roma, ma sottoponendosi ad essa. Il paradosso è solo apparente: proprio perché non cercò di salvare il suo progetto a tutti i costi, il progetto di Dio attraverso di lui poté compiersi.
Il criterio della Croce
Benedetto XVI identifica con precisione il discrimine tra il vero carisma e la sua contraffazione: la croce. «Il criterio del vero carisma è la croce, il lasciarsi dilaniare tra il compito e il luogo del suo adempimento per amore del compito stesso». Non si tratta di masochismo spirituale, né di una glorificazione della sofferenza fine a se stessa. Si tratta di qualcosa di molto più concreto: la disponibilità a non proteggere il proprio io, la propria visione, la propria coerenza ideale, quando queste entrano in attrito con l’obbedienza ecclesiale.
Chi non è disposto a questo — continua il papa — «dimostra che in buona sostanza considera comunque il proprio io più importante del compito, distruggendo in questo modo il carisma». È una diagnosi severa, ma lucida. Nella storia della Chiesa, molti movimenti nati da impulsi genuinamente spirituali si sono dissolti o sono diventati sette proprio nel momento in cui il loro fondatore o i suoi seguaci hanno scelto di difendere la propria identità carismatica contro la Chiesa piuttosto che dentro di essa. L’orgoglio spirituale è forse la forma più sottile e pericolosa di orgoglio, perché si maschera da fedeltà a Dio.
Le stimmate di Francesco, in questa chiave di lettura, non sono solo un prodigio mistico: sono il sigillo visibile di un’esistenza che ha accettato di essere «dilaniata» tra la radicalità del Vangelo e l’obbedienza a una Chiesa che non sempre comprendeva o condivideva la sua visione. Essere crocifissi tra questi due amori è precisamente la forma che lo Spirito ha assunto in lui.
Lo Spirito sgorga dalla Croce
Il testo di Benedetto XVI si apre poi su orizzonti ancora più vasti, toccando il rapporto tra cristologia e pneumatologia. Lo Spirito Santo — insegna il papa — non è separabile dalla croce di Cristo. Il quarto Vangelo lo mostra con un’immagine potente: dal costato aperto del Crocifisso sgorgano acqua e sangue, segno che le acque feconde dello Spirito provengono dal sacrificio. «Lo Spirito è frutto della croce»: non può esserci autentica vita dello Spirito che non passi attraverso questo vincolo con il mistero pasquale.
Questo vale per la Chiesa nel suo insieme, ma vale anche per ogni singolo carismatico. Laddove lo Spirito agisce davvero, lascia sempre il segno della croce: disponibilità al dono di sé, rinuncia alla propria autoaffermazione, capacità di portare il peso dell’incomprensione o della resistenza senza ribellarsi. «L’acqua della vita zampillata nella Chiesa nel nostro secolo — scrive Benedetto XVI — proviene da coloro che hanno sofferto senza lamentarsi e non da coloro che in fin dei conti pensavano solo a sé stessi».
Un criterio per ogni tempo
Questa riflessione non appartiene solo alla storia medievale o alla teologia accademica. Riguarda chiunque, oggi, senta di aver ricevuto da Dio un dono particolare: un carisma di preghiera, di profezia, di guarigione, di predicazione, di guida. La tentazione di anteporre la propria intuizione spirituale al giudizio della Chiesa è sempre presente, spesso rivestita di buone ragioni. Si dice: «Dio me l’ha rivelato direttamente». Oppure: «La Chiesa non capisce, è troppo lenta, è corrotta». Questi argomenti non sono nuovi — Francesco li aveva già sentiti, e li aveva visti portare alla rottura e allo scisma.
Il vero carismatico non è colui che esibisce doni straordinari, ma colui che accetta di portarli nella pazienza dell’obbedienza ecclesiale, sapendo che solo là il dono diventa fecondo. Come osserva il papa a proposito di Francesco e di Ignazio di Loyola — un altro gigante dello spirito che accettò persino le catene dell’Inquisizione pur di rimanere nella Chiesa — «l’una cosa non può mai condurre alla rinuncia dell’altra, ma solo alla rinuncia di sé stessi».
Rinunciare a sé stessi: è questo il cuore. Non il carisma contro la Chiesa, né la Chiesa contro il carisma, ma entrambi purificati attraverso quella croce che è — come concludeva Benedetto XVI — «l’autentico discrimine fra lo Spirito e quello che Spirito non è».
Per approfondimenti in merito consiglio questo testo.











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