Sabato 9 maggio 2026. Loreto, una sala sotto la basilica della Santa Casa, diverse decine di persone, e una testimonianza che non dimenticherò facilmente.
Ero lì per un incontro di formazione spirituale organizzato dal Movimento per la Vita e dedicato alla figura di Carlo Casini — magistrato, politico, uomo di fede, instancabile difensore della vita umana fin dal suo nascere. Il suo lascito non è stato solo un patrimonio ideale, ma uno “sguardo” concreto da adottare: un instancabile “sì” alla dignità di ogni essere umano, dal concepimento alla fine naturale. Anche chi non lo ha conosciuto può incontrarlo attraverso la sua testimonianza di fede vissuta come responsabilità e missione, trasformando la difesa della vita in un atto d’amore e di giustizia che illumina il mondo.
Ascoltavo con interesse i vari interventi, ognuno incentrato su un pensiero specifico di Carlo Casini. Poi, nell’alternarsi delle testimonianze è salita sul palco suor Maria Gloria Riva, religiosa delle suore Adoratrici del SS. Sacramento di Monza oltre che storica dell’arte, e in poco più di mezz’ora ha trasformato quella sala di convegno in qualcosa di molto più simile ad una finestra di contemplazione sull’infinito.
Una porta chiusa, una breccia inaspettata
Suor Gloria ha aperto la sua testimonianza con una citazione di Hermann Hesse che mi ha subito colpito:
«Si apre una breccia nell’oscurità del tempo dove opera la vita. Dove si crea un’opera, dove si coltiva un sogno, si pianta un albero, si partorisce un bimbo, là opera la vita.»
Per illustrare questa immagine, ha chiamato in causa René Magritte e il suo dipinto del 1933, La risposta inaspettata: una porta chiusa, buia, attraversata da una breccia che lascia intravedere la sagoma di due figure che si abbracciano. Non una chiave, non un piano. Una breccia. Qualcosa di imprevisto, di non programmabile. Suor Gloria ha spiegato che è proprio questo il simbolo della vita: l’amore — condensato nell’abbraccio tra un uomo e una donna — è la risposta che nessuna logica ci avrebbe suggerito, eppure è l’unica capace di squarciare l’oscurità.

Non si esiste pienamente, ha detto citando Carlo Casini, se non si è immersi nell’amore.
L’arte come ecografia dell’anima
Quello che rende straordinaria la testimonianza di suor Gloria è la capacità di leggere la storia dell’arte come se fosse un archivio segreto della verità sull’uomo. Ogni opera diventa una finestra.
Con Gustav Klimt, per esempio, ha raccontato una storia che non conoscevo. Nel 1903 una delle sue modelle preferite, Hermine Müller — Herma — sparì dall’atelier per settimane. Klimt la cercò e scoprì che era incinta. In un’epoca in cui la gravidanza per una modella significava perdere lavoro e reputazione, e in cui l’aborto era pratica comune in quell’ambiente, Klimt fece una scelta controcorrente: la ritrasse. Prima nuda, incinta, circondata da figure grottesche che alludono alla morte — un’opera così provocatoria che attese sei anni prima di esporla pubblicamente. Poi, quando Herma rimase incinta una seconda volta nel 1907, dipinse Speranza II: una figura esile, raccolta su se stessa, con una mano alzata come a interrogare il futuro. Sullo sfondo, tre donne tendono le mani verso di lei — quelle che, meno fortunate, avevano scelto diversamente.
L’arte, per suor Gloria, è una «ecografia dell’anima». Ci dice ciò che spesso non osiamo guardare: che siamo vivi fin dal principio, e che il nostro destino è già misteriosamente inscritto in noi.
Tra la vita e la morte: il cuore della testimonianza
Ed è qui che la testimonianza ha cambiato registro. È qui che ho trattenuto il fiato.
Suor Gloria era ancora una ragazza, aveva 21 anni. Era in macchina con il suo fidanzato, diretti in discoteca, quando si verificò un grave incidente stradale. Perse conoscenza. E in quello stato — sospesa tra il mondo che conosceva e qualcosa di completamente altro — accadde qualcosa che ha segnato per sempre la sua vita.
Lo racconta con una semplicità disarmante:
«Nel buio in cui mi trovavo, incosciente dell’accaduto, dissi il mio sì alla morte. Accettai serenamente che quella, a 21 anni, fosse la parola “fine” sulla mia vita.»
Fu allora che apparve una piccola luce bianca. Beatificante. Capace di infondere una gioia che non assomigliava a nulla di ciò che aveva mai provato, e insieme un tormento senza pari — perché quella luce era tutto ciò che aveva sempre desiderato senza saperlo. Ebbe la certezza assoluta, immediata, che Dio esiste e che Dio è amore.
Ma quella luce non era solo un approdo. Era anche uno specchio. Vide la sua vita scorrere davanti a sé come in un film, e comprese qualcosa di preciso e doloroso: nonostante fosse conosciuta e amata, nella sua esistenza mancava quella stessa gratuità che emanava dalla luce. Era amata, sì — ma non amava con quella libertà, quella pienezza, quell’abbandono che ora vedeva riflessi nell’assoluto.
Tornò alla coscienza in ospedale. Passò la notte dibattendosi tra la vita e la morte. Ma portava dentro di sé qualcosa di incancellabile: il ricordo di quella luce, e la consapevolezza di avere un compito. Non sapeva ancora quale, ma sapeva che era grande.
Bosch aveva già dipinto tutto questo
Anni dopo l’incidente, suor Gloria si imbatté quasi per caso nel polittico di Hieronymus Bosch, Visione dell’Aldilà. Lo aveva già incontrato sui libri di scuola, senza che le dicesse nulla di particolare. Ma questa volta, guardando il pannello che i critici chiamano «Empireo», rimase pietrificata.
Bosch — pittore del Quattrocento, senza alcuna conoscenza delle terapie intensive e apparentemente nemmeno delle testimonianze di premorte — aveva dipinto esattamente ciò che lei aveva visto: un cono di luce bianca circolare che irrompe nel buio, pulsando. Anime che desiderano raggiungerla. Alcune frenate da angeli dalle ali nere — simbolo dell’oscurità che impedisce il movimento, ma il cui volto è comunque rivolto alla luce, e questa tensione le purifica. Più in alto, angeli dalle ali rosse — il fuoco purificatore — che accompagnano chi è ancora in preghiera. E infine, in alto, proprio all’ingresso del cono di luce: angeli dalle ali bianche, con le mani tese verso l’abbraccio finale.
Soltanto chi aveva vissuto un’esperienza simile alla mia, ha detto, poteva dipingere in modo così puntuale ciò che avevo visto.

La vita non ha una fine. Ha un Fine
Salvador Dalí, con i suoi orologi molli ne La persistenza della memoria, ci ha lasciato l’immagine di un tempo che si affloscia, inconsistente, incapace di tenere il ritmo dell’esistenza umana. Eppure, sullo sfondo di quel dipinto inquietante, c’è un orizzonte infinito — il mare, il cielo, le rocce di Port Lligat — che rimane. Che persiste.
Suor Gloria ha concluso con una distinzione semplice e potente, che continua a risuonarmi dentro:
La vita non ha una fine. Ha un fine.
Le battaglie di quaggiù, le relazioni, i dolori, le gioie — non si sciolgono come neve al sole se vissute in funzione di qualcosa che le supera. Il compito di ciascuno di noi, come diceva Carlo Casini, è costruire nel tempo e nello spazio la «civiltà dell’amore». Un compito che non può annegare nel nulla, ma che tende verso un compimento che è — ha detto con la certezza di chi l’ha intravisto — una vita senza fine, pienamente immersa nell’amore.
Sono uscito da quell’incontro con la sensazione, solenne e preziosa, di chi ha toccato qualcosa di più grande di sé. Certo, non risposte definitive, ma una breccia — come quella di Magritte — aperta nell’oscurità del quotidiano.
Non ho potuto fare un video della testimonianza dello scorso sabato ma navigando in rete ho trovato un’altra occasione precedente in cui suor Gloria narra la sua esperienza. Vale la pena guardare la sua testimonianza nella sua versione integrale. La trovate qui: Tornata dall’Aldilà — L’esperienza di PreMorte di Gloria Riva











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