Una recente testimonianza pubblicata sul blog di un noto giornalista vaticanista solleva un interrogativo profondo e doloroso, che tocca da vicino le coscienze di molti fedeli: la drammatica sensazione di dover scegliere tra la fedeltà a Roma e l’adesione alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Un aut-aut che lacera le famiglie, i figli e le anime. Tuttavia, dinanzi a questo bivio, è necessario interrogarsi sulle radici teologiche ed ecclesiali di tale lacerazione, per comprendere che la via d’uscita non risiede nella polarizzazione o nella ratifica di una separazione, ma nel faticoso e fecondo primato dell’unità.
Il dolore della lacerazione e la preghiera del Signore
Lo scandalo della divisione crea una profonda ferita nelle coscienze, e tutti noi, come membra del Corpo Mistico di Cristo, ne portiamo le conseguenze. Non si possono ignorare la sofferenza o il disorientamento di chi si sente stretto in una morsa spirituale, diviso tra l’amore per una liturgia o una catechesi tradizionale e il legame visibile con la Sede Apostolica. Eppure, proprio per prevenire e sanare lacerazioni come questa, nel momento culminante della sua vita terrena, durante l’Ultima Cena, il Signore ha elevato al Padre la sua preghiera più accorata: ut unum sint, affinché siano una cosa sola.
Questa invocazione non rappresenta un pio desiderio marginale o una formula di cortesia diplomatica, bensì il cuore pulsante della missione redentrice di Cristo. Come ci ha ricordato san Giovanni Paolo II nella sua storica enciclica Ut unum sint del 1995 – pietra miliare del cammino di crescita comunitaria della Chiesa – l’unità non è un mero attributo accessorio, ma si colloca al centro stesso dell’opera di Cristo. Custodire, cercare e difendere questa unità non è un’opzione tra le tante, ma un dovere imperativo che impegna la responsabilità di ciascuno, dal primo dei pastori all’ultimo dei battezzati. Quando questa unità viene ferita, la credibilità stessa dell’annuncio evangelico nel mondo viene gravemente compromessa. Gesù prega per l’unità affinché il mondo creda: la divisione, pertanto, è strutturalmente un contro-altare alla missione.
L’errore dei “due genitori” e la responsabilità della separazione
Nel dibattito contemporaneo si riscontra talvolta la tendenza, psicologica prima ancora che teologica, a trattare la questione quasi come se ci si trovasse dinanzi a due genitori ideali tra cui scegliere, o a due sponde dottrinali di pari legittimità che si contendono l’affetto e la fedeltà dei figli. Ma la teologia cattolica e la millenaria tradizione patristica ci costringono a rigettare questa impostazione.
Non possiamo assolutamente parlare di due genitori. «Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre»: questo affermava con fermezza San Cipriano, Padre della Chiesa, nel suo fondamentale trattato sull’unità della Chiesa: De Ecclesiae catholicae unitate. La Madre è una sola ed è la Chiesa Cattolica, visibilmente unita attorno al Successore di Pietro.
Al di là di quello che un fedele può legittimamente sentire nel segreto della propria coscienza – uno spazio sacro che merita sempre profondo rispetto e delicatezza pastorale – non si può prescindere da un dato oggettivo: quando si pongono in essere le condizioni storiche, giuridiche e canoniche della separazione, come ha fatto la Fraternità San Pio X e come purtroppo altri movimenti e singoli ecclesiastici stanno facendo ancora oggi, ci si assume una responsabilità immensa. È la gravissima responsabilità di aver messo a repentaglio, in nome di una presunta purezza ideale o di una rigida e autonoma difesa della tradizione, quell’unità visibile per la quale il Signore ha pregato e offerto Se stesso.
Non si può pretendere di difendere la Tradizione separandosi dall’organismo vivente che la custodisce e la dispensa sotto la guida dello Spirito Santo. La Tradizione pulsa di vita solo se resta innestata nell’albero fecondo della Chiesa; allo stesso modo, la brace mantiene il suo calore se custodita nel braciere, poiché fuori da esso è destinata a spegnersi e a farsi cenere.
L’archetipo di Abramo e il sacrificio dell’obbedienza
La tentazione di irrigidirsi sulle proprie posizioni, ritenute a torto o a ragione superiori o più fedeli al passato rispetto all’attuale cammino della Chiesa universale, rivela spesso una profonda crisi di obbedienza. La Scrittura ci offre un modello diametralmente opposto nella figura del Padre della fede. Ad Abramo fu chiesto da Dio il sacrificio più assurdo, umanamente incomprensibile e lacerante: uccidere il proprio figlio Isacco, la promessa stessa su cui si fondava tutto il suo futuro e la sua discendenza. Abramo non oppose le proprie ragioni, non cercò scappatoie teologiche, né pretese di saperne più di Dio; egli andò fino in fondo, disposto a immolare sull’altare dell’obbedienza ciò che aveva di più caro.
Nel contesto ecclesiale odierno, invece, assistiamo spesso a un paradosso speculare: per mantenere le nostre posizioni, le nostre preferenze liturgiche, le nostre legittime ma particolari sensibilità teologiche, preferiamo spaccare la Chiesa e non vivere l’obbedienza filiale. Si preferisce sacrificare l’unità del corpo ecclesiale anziché sacrificare le proprie certezze umane, i propri personali giudizi o le proprie visioni particolari su come la Chiesa dovrebbe essere governata.
I frutti di questa attitudine sono purtroppo sotto gli occhi di tutti: disorientamento, faziosità, asprezza nei toni e, quel che è più grave, smarrimento dei piccoli. L’obbedienza nella Chiesa è un cammino pasquale di spogliazione, di kenosi se vogliamo usare un linguaggio caro alla teologia; esige la fede teologale che lo Spirito Santo sappia guidare la Sposa di Cristo anche attraverso le tempeste, le crisi e le umane fragilità dei suoi ministri storici.
Non aut-aut, ma rimanere nell’Unum
La via d’uscita dal dramma descritto nella testimonianza di alcuni fedeli non può dunque risiedere nell’accettazione di un aut-aut distruttivo, che costringe i figli ad una scelta straziante ed innaturale tra la comunione con la Sede di Pietro e l’amore per l’integrità della fede. La vera prospettiva cattolica consiste nel rifiuto e nel superamento di questa falsa dicotomia: non si tratta di scegliere aut-aut, si tratta di rimanere nell’unum.
Come ampiamente sviluppato nell’insegnamento di san Giovanni Paolo II, la ricerca dell’unità e la permanenza in essa non significano cedimento al relativismo od un compromesso dottrinale al ribasso, ma rappresentano un cammino di conversione e di purificazione comune. Rimanere fermamente nell’alveo ecclesiale, offrendo la propria sofferenza e il proprio amore per la verità dall’interno dell’unica comunione cattolica, è l’unica attitudine autenticamente santa, feconda e generativa.
La vera fedeltà alla Tradizione si manifesta nella capacità, tutta genuinamente cattolica, di custodirla senza strappi e senza sguardi di superiorità, riconoscendo che la Chiesa non è un’istituzione puramente umana divisa in fazioni sociologiche, ma il Sacramento universale di salvezza. Soltanto rifiutando radicalmente la logica della separazione e riaffermando l’obbedienza alla Chiesa come nostra unica Madre, possiamo sperare di sanare quelle piaghe che oggi fanno soffrire le coscienze dei fedeli, rispondendo concretamente alla solenne preghiera di Cristo: ut unum sint.










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