Il PADRE NOSTRO e il και dimenticato: un’ipotesi di lavoro?

Prima di entrare nel vivo della questione dovrei necessariamente fare una premessa: la presente ipotesi interpretativa, pur consapevole dell’ampia discussione teologica ed esegetica già esistente, si propone di analizzare una nota frase del Padre Nostro. La riflessione, motivata da dubbi sulla traduzione tradizionale e su quella più recente, nasce da un attento studio volto a restituire il senso originario di un’espressione che, a mio avviso, ha perso parte del suo significato nel linguaggio corrente. Segue, pertanto, l’esposizione del mio ragionamento.

Nei sinottici ci sono due occasioni in cui troviamo l’insegnamento da parte di Gesù riguardo quella che deve essere la preghiera fondamentale del cristiano: Matteo 6, 9-13 e Luca 11, 2-4. Le due versioni sono leggermente diverse nella forma ma non molto nel significato. Oserei anzi aggiungere che, se osservate entrambe con uno sguardo semplice, sembrano anche due versioni complementari oltre che analoghe, nelle quali è possibile, in ognuna di esse, trovare una qualche sfumatura di significato che completi e specifichi ulteriormente l’altra versione sinottica.

La frase della preghiera del Padre Nostro che crea maggiore difficoltà per alcuni traduttori è la seguente: “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν” ovvero nella sua formulazione tradizionale “e non indurci in tentazione”. Una parola chiave è certamente “εἰσενέγκῃς” (eisenenkes), che per secoli è stata tradotta con inducas in latino, “indurci”, mentre invece nella nuova traduzione sarebbe risolta con “abbandonarci”.

Il verbo greco eisenenkes è all’aoristo: un tempo indefinito nella grammatica greca che esprime l’azione pura e semplice senza una precisa definizione temporale o anche una azione compiuta nel passato i cui effetti si protraggono fino al presente. Il suo infinito è eispherein composto dalla particella avverbiale eis: “in, verso”, indicante cioè un movimento in una certa direzione, e da phérein che significa “portare” da cui deriva anche il latino fero, che quindi in questa composizione significa letteralmente “portare verso”, “portare dentro”… mettere, introdurre.

Per di più, è legato al sostantivo singolare πειρασμόν (peirasmón) che indica “prova” o anche “tentazione” mediante un’altra occorrenza di εἰς (eis) usato però qui come preposizione. Tale preposizione regge l’accusativo, ed insieme ad esso indica generalmente il complemento di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino con la preposizione ineis può reggere solo l’accusativo.

In apparenza, dunque, il costrutto greco presenterebbe secondo alcuni studiosi una ridondanza, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che conduce alla tentazione, per cui, restando alla lettera, è evidentemente fuori luogo ogni traduzione del tipo “non abbandonarci alla tentazione”. Tutto ciò secondo la spiegazione tradizionale, ma potrebbe non essere semplicemente così, ovvero potremmo non doverci fermare ad una interpretazione così letterale, questa almeno è la mia ipotesi.

Intanto bisogna premettere che la preposizione eis può avere molte ulteriori sfumature di significato tra le quali troviamo anche: “a riguardo di”. Inoltre il latino inducere, opportunamente scelto da San Girolamo nella Vulgata (quella traduzione della Bibbia dall’ebraico e dal greco al latino fatta da San Girolamo nel IV secolo) essendo composto da in “dentro, verso” e ducere “condurre, portare”, corrisponde letteralmente al greco eisphérein; ed è seguito da un altro in, questa volta come preposizione dell’accusativo temptationem, termine con il quale Girolamo interpreta il greco peirasmón, con strettissima analogia, quindi, rispetto alla costruzione greca, tuttavia il verbo latino usato da Girolamo ha anche, tra gli altri, il significato di “portare in giudizio”. Questa sfumatura di senso del verbo “inducere” pur non essendo certamente la principale, a mio avviso, non è da scartare, anche perché non è peregrino pensare che la comprensione della lingua greca con tutte le sue sfumature da parte di un uomo di grande cultura del IV secolo come era certamente Girolamo poteva, senza difficoltà, essere ben superiore a quella che ne abbiamo noi oggi a distanza di così tanti secoli, dando per scontato ciò che per l’uomo moderno potrebbe essere più difficile da comprendere.

Nella versione Clementina della Vulgata, cioè l’edizione canonica sancita dopo il Concilio di Trento da papa Clemente VIII come l’unica versione latina autorizzata della Bibbia e rimasta in vigore fino al 1979, troviamo la seguente traduzione dal greco di Mt 6, 13a: Et ne nos inducas in tentationem in cui la preposizione ne è legata al congiuntivo inducas e può essere tradotta con “affinché non” almeno a livello di senso visto che in italiano corrente congiunzioni come “affinché” non si adoperano praticamente più, e ancora che la parola peirasmón, in latino tentationem, pur indicando letteralmente “prova” o “tentazione” come già detto, può essere benissimo intesa come “prova giudiziale” su una specifica causa verso la quale siamo chiamati ad essere giudicati. 

Ma un altro aspetto interessante, forse il più interessante, è dato dal καὶ, in latino et che essendo congiunzione ha appunto la funzione di congiungere la frase seguente nè nos inducas in tentationem con quella che la precede mettendo la seconda in stretta relazione con la prima. Ed in effetti prima troviamo dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris cioè “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”: ovvero l’importanza del perdono. Infatti cosa accade anche a noi, nella vita prosaica, quando non perdoniamo le offese ricevute dal nostro prossimo? Solitamente diventa necessario ricorrere al giudizio di persone competenti, ovvero ai tribunali. Ciò si realizza pienamente nelle azioni giuridiche come ad esempio nei processi. In altre parole se non perdoniamo di cuore i nostri fratelli costringiamo Dio a condurci a processo (giudizio) con i nostri avversari che non siamo stati capaci di perdonare, con i quali non abbiamo saputo metterci d’accordo mentre eravamo sulla stessa via… (cfr Mt 5,25).

Nel vangelo di Giovanni al capitolo 5,24 troviamo ancora una volta questo eis: “καὶ εἰς κρίσιν οὐκ ἔρχεται ἀλλὰ μεταβέβηκεν ἐκ τοῦ θανάτου εἰς τὴν ζωήν” che la CEI traduce così: “e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita” riferito all’uomo che ha fede nel Signore Gesù Cristo.

Forse proprio in questo versetto andrebbe ravvisato il senso ultimo della frase contenuta nel Padre Nostro che potrebbe, restando nei canoni di una traduzione fondamentalmente ancora corretta dal punto di vista etimologico, essere tradotta così: “e non essere messi alla prova”, ma legata al periodo precedente, quindi la frase intera potrebbe essere la seguente: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori per non essere messi alla prova”, oppure ancora: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori perché Tu non debba metterci alla prova”. Una prova, un giudizio, questo, dovuto al fatto che non siamo stati capaci di perdonare il male ricevuto, ed evocato nel versetto finale: “ma liberaci dal male” o dal maligno, e qui si potrebbe aprire un altro capitolo… 

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