L’amore come eredità: quando la memoria diventa letteratura
Ci sono libri che nascono dalla penna e libri che nascono dal cuore. Cari Genitori di Salvatore Franzè appartiene senza dubbio alla seconda categoria, e già sapere che è stato scritto con immensa fatica fisica da un uomo che convive con una grave forma di paraplegia lo trasforma, ancor prima di aprirlo, in un atto di coraggio straordinario. Pubblicato dalla casa editrice Pagine di Roma, questo libro è molto più di una semplice cronaca familiare: è un inno alla vita, alla memoria e a quella forma d’amore che non si esaurisce con la morte, ma continua a brillare — come scrive lo stesso autore — come un faro.
Il titolo è già un abbraccio. Cari Genitori: due parole semplici, quasi elementari, eppure capaci di contenere un universo intero. Salvatore Franzè dedica questo libro a Carla e Filippo, sua madre e suo padre, e lo fa con la voce corale di un figlio innamorato della famiglia, intrecciando i propri ricordi con quelli delle sorelle Franca Francesca e Maria Teresa. Ne nasce un affresco polifonico in cui ogni voce aggiunge un colore, una sfumatura, un dettaglio prezioso al ritratto di due persone che hanno scelto di fare dell’amore la propria vocazione quotidiana.
La storia della famiglia Franzè attraversa l’Italia geograficamente e sentimentalmente: dalle colline di Rovereto, vicino Verona, dove Carla nacque il 27 dicembre 1942, alle montagne del Veneto, dai profumi intensi di Soriano Calabro — terra d’origine del papà Filippo, nato il 1° settembre 1935 — fino alle strade di Roma, dove i due si incontrarono e costruirono la loro vita. È un’Italia del Novecento, segnata dalla guerra, dalla fatica, dalla migrazione interna, ma anche da una solidarietà umana e familiare che oggi rischiamo di dimenticare. Franzè la restituisce con delicatezza e rispetto, senza nostalgia melensa, ma con la lucidità di chi sa che quelle radici lo hanno formato.
Carla Maria Andrioli — questo il nome completo della madre — emerge dalle pagine come una figura luminosa e concreta al tempo stesso. Non è la madre idealizzata della retorica, ma una donna vera: capace di amare con gioia e immenso slancio, sempre proiettata verso la famiglia, verso i figli, verso il marito. Una donna che, interrogata sul valore dell’amore, rispondeva semplicemente: l’amore della famiglia è tutto, perché voi siete come una luce che si accende quando si crea una famiglia. In queste parole c’è tutta la filosofia di vita di Carla, e Salvatore la trascrive con reverenza filiale, ma anche con la maturità di chi ha imparato a riconoscere il dono di ciò che ha ricevuto.
Filippo, il padre, è l’altro pilastro di questa storia. Rimasto orfano di padre a soli diciotto anni, ha conosciuto la privazione dell’amore genitoriale, eppure — o forse proprio per questo — ha saputo trasformarlo in insegnamento: l’amore che riceviamo è un dono prezioso, da custodire finché possiamo. Con dedizione silenziosa, ha lavorato tutta la vita per sostenere la famiglia, senza vacanze, senza grandi agi, ma con una presenza costante e generosa.
Sullo sfondo di ogni pagina si staglia, con discrezione ma con forza, un messaggio che oggi vale la pena ascoltare con attenzione: la famiglia tradizionale tra uomo e donna — quella fondata sulla fedeltà, sul sacrificio reciproco, sulla scelta quotidiana di restare e di amarsi — è il luogo in cui un amore così grande non solo nasce, ma cresce, si consolida e diventa fertile per tutti coloro che vi abitano. Carla e Filippo non erano persone straordinarie nel senso mondano del termine: non avevano ricchezze, non cercavano successo sociale, non inseguivano visibilità. Erano straordinari nel senso più profondo del termine: avevano capito che la felicità non si trova altrove, ma si costruisce giorno dopo giorno dentro le mura di casa, attorno a una tavola imbandita, nella cura di un figlio, nello sguardo di un marito o di una moglie. Il libro di Franzè ci ricorda, con la semplicità disarmante della testimonianza vissuta, che la famiglia non è una struttura sociale tra le tante, ma il grembo naturale in cui l’essere umano impara per la prima volta cosa significhi davvero amare ed essere amati. E che quella prima scuola d’amore lascia un’impronta che nessuna perdita, nessun dolore, nessuna distanza riesce mai del tutto a cancellare.
Uno degli aspetti più commoventi del libro è il modo in cui Salvatore racconta il proprio rapporto con la madre, consapevole della propria disabilità e del fatto di aver ricevuto da lei un amore ancora più vigile e protettivo, senza mai sentirsi diverso o meno amato. Carla non pensava a sé, pensava sempre a portare avanti la famiglia. E quando qualcuno per strada le chiedeva come stava, lei rispondeva: Bene, ma ho fretta perché ho lasciato mio marito con Salvatore. In quella risposta c’è un ritratto umano completo.
Il libro alterna prosa e poesia — come nella bella lirica dedicata a Verona — e si muove tra ricordi personali, biografie familiari e riflessioni sull’amore materno e paterno con una naturalezza che raramente si trova nei memoir di questa natura. La scrittura di Franzè è diretta, a tratti commovente, sempre autentica. Non cerca l’effetto letterario, cerca la verità. E la trova.
Cari Genitori è, in conclusione, un libro che parla a chiunque abbia amato i propri genitori, o li abbia persi, o stia ancora imparando a ringraziarli mentre è in tempo. È un invito a non rimandare quell’abbraccio, quel fiore, quella domanda sul cuore. Come scrive Salvatore nelle pagine finali: guardate la vostra mamma finché potete, e vedrete in lei l’amore puro. Parole che, scritte con la fatica di chi le ha conquistate una lettera alla volta, pesano quanto oro.
Cari Genitori di Salvatore Franzè è pubblicato dalla casa editrice Pagine di Roma.








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