Il Papa del sorriso: chi era Giovanni Paolo I?

Un pontificato durato 33 giorni, ma sufficiente a lasciare un segno indelebile nella storia della Chiesa cattolica.


Un uomo venuto dalle montagne

Albino Luciani nacque il 17 ottobre 1912 a Forno di Canale, un piccolo borgo tra le Dolomiti bellunesi, frazione di Canale d’Agordo. Figlio di Giovanni Luciani — un operaio di idee socialiste che emigrò in Svizzera per lavoro — e di Bortola Tancon, crebbe in un ambiente umile e austero, che avrebbe segnato profondamente il suo carattere per tutta la vita.

Fin da adolescente mostrò una vocazione religiosa sincera: a soli undici anni entrò nel seminario minore di Feltre, per poi proseguire gli studi nel seminario maggiore di Belluno. Fu ordinato sacerdote il 7 luglio 1935 e subito nominato vicario cooperatore nel paese natale, poi trasferito ad Agordo dove insegnò anche religione all’istituto minerario. Erano anni di studio intenso e di servizio concreto alla comunità.

Nel 1947 ottenne la licenza in sacra teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, con una tesi su un autore all’epoca considerato controverso: il filosofo e teologo Antonio Rosmini. Una scelta coraggiosa, che già rivela la tempra intellettuale di Luciani: capace di affrontare terreni scomodi, senza per questo perdere la bussola della fede.


Il vescovo che parlava a tutti

Per anni Luciani fu proposto come vescovo, e per anni la sua candidatura fu respinta: troppo gracile di salute, la voce flebile, la statura bassa, l’aspetto dimesso. Ci volle l’autorità di papa Giovanni XXIII per superare le resistenze. Si racconta che il pontefice, di fronte alle perplessità dei suoi collaboratori, rispose con bonaria ironia: “Vorrà dire che morirà vescovo.”

Il 15 dicembre 1958 Albino Luciani divenne vescovo di Vittorio Veneto. Prese possesso della diocesi con il medesimo spirito con cui aveva sempre vissuto: lontano dagli sfarzi, vicino alla gente. Si dimostrò insofferente persino alla residenza storica del castello vescovile, che gli sembrava troppo distaccata dalla vita reale dei fedeli.

In quegli anni emerse il tratto che lo avrebbe reso celebre: la straordinaria capacità di comunicare la fede in modo semplice, accessibile, capace di parlare ai bambini come agli adulti meno istruiti. Non era semplicità superficiale — Luciani era un uomo di profonda cultura teologica — ma la scelta consapevole di chi sa che il messaggio e il destinatario contano più della forma.

Nel 1966 compì una visita pastorale nelle missioni africane della sua diocesi, in Burundi: imparò qualche parola di kirundi, tollerò stoicamente zanzare e clima ostile, e non esitò a scendere dalla jeep impantanata per spingerla insieme agli altri. Quell’esperienza, come i successivi viaggi in America Latina, alimentò in lui una sensibilità crescente verso le povertà del mondo.


Da Venezia a Roma: la strada verso il papato

Nel dicembre 1969, papa Paolo VI lo nominò Patriarca di Venezia, una delle sedi più prestigiose della Chiesa italiana. Era un riconoscimento importante, ma Luciani non cambiò stile: continuò a mantenere uno stile sacerdotale sobrio, attirando persino qualche critica dai fedeli veneziani più tradizionalisti.

A Venezia dimostrò anche il coraggio delle sue convinzioni. Durante la campagna referendaria del 1974 sul divorzio, si schierò apertamente contro la sua introduzione, opponendosi persino ad alcune associazioni sedicenti cattoliche, di matrice universitaria, che avevano preso posizione diversa. Nel 1973 era stato creato cardinale sempre da Paolo VI, e a Piazza San Marco, durante una visita pastorale, lo stesso papa si era tolto la stola e l’aveva posata sulle sue spalle, davanti a ventimila persone: un gesto dal forte valore simbolico, interpretato da molti come un’indicazione della possibile successione.

Nel gennaio 1976 pubblicò Illustrissimi, una raccolta di lettere immaginarie scritte a personaggi storici e letterari — da Marco Aurelio a Pinocchio, da Dickens a Chesterton. Il libro fu un inaspettato successo editoriale, tradotto in numerose lingue: dimostrava che Luciani sapeva usare la cultura con leggerezza, senza mai perdere di vista il suo scopo pastorale.


Il conclave del 1978 e l’elezione al Soglio Pontificio

Il 6 agosto 1978 morì Paolo VI. Il cardinale Luciani lasciò Venezia il 10 agosto per recarsi a Roma, senza immaginare — o forse temendo — quello che stava per accadere. Durante il conclave, la sua candidatura emerse come punto di mediazione tra le fazioni più conservative e quelle più riformiste. Lui stesso aveva sempre votato per il cardinale brasiliano Aloisio Lorscheider e continuava a chiedere di non essere considerato, ma fu proprio lo stesso cardinale brasiliano a diventare uno dei suoi più accesi sostenitori.

Il 26 agosto 1978, al termine di appena quattro votazioni, Albino Luciani fu eletto 263° vescovo di Roma con 101 voti su 111 cardinali votanti: la maggioranza più alta registrata nei conclavi del Novecento. Quando si rese conto di essere stato eletto, avrebbe mormorato: “Tempestas magna est super me” — una grande tempesta si abbatte su di me.

Scelse un nome doppio — Giovanni Paolo I — per la prima volta nella storia bimillenaria della Chiesa, in omaggio ai due pontefici che lo avevano preceduto e che maggiormente avevano segnato la sua vita: Giovanni XXIII, che lo aveva nominato vescovo, e Paolo VI, che lo aveva creato cardinale.


Trentatré giorni che cambiarono la Chiesa

Il pontificato di Giovanni Paolo I durò appena 33 giorni, eppure in quel brevissimo tempo introdusse cambiamenti significativi nel modo di essere papa.

Confermò ufficialmente la linea del suo predecessore, decidendo di rinunciare alla tiara, il tradizionale copricapo a tre corone simbolo del potere temporale della Chiesa. Tentò, senza riuscirci del tutto, di rifiutare la sedia gestatoria (la poltrona su cui i papi venivano portati a spalla) e il trono durante le cerimonie solenni. Abbandonò il plurale maiestatis — il “noi” con cui i papi si rivolgevano ai fedeli — optando per il più diretto “io”. I custodi del protocollo reintroducevano il plurale nelle versioni ufficiali dei suoi discorsi, ma lui continuava imperterrito.

Parlò di sé con un’umanità senza precedenti: ammise la vergogna provata quando Paolo VI gli aveva posto la stola sulle spalle davanti a tutti, confessò la paura dell’elezione, riconobbe umilmente di sentirsi inadeguato al ruolo. Durante un’udienza disse, con la semplicità che lo caratterizzava: “Nessuno è venuto a dirmi: ‘Tu diventerai papa’. Oh! Se me lo avessero detto! Se me lo avessero detto, avrei studiato di più, mi sarei preparato. Adesso invece sono vecchio, non c’è tempo”

Una delle sue frasi più note resta quella pronunciata all’Angelus del 10 settembre 1978: “Dio è papà, più ancora è madre”. Poche parole, ma certamente capaci di toccare una corda profonda nell’immaginario di milioni di fedeli.


La morte improvvisa e il mistero

Nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1978, Giovanni Paolo I morì nel suo appartamento privato, presumibilmente tra le 23 e le 5 del mattino seguente, per un infarto miocardico. Aveva 65 anni.

La notizia sconvolse il mondo. La brevità del pontificato, le circostanze della morte — il corpo fu trovato al mattino, senza che fosse stata chiamata assistenza medica durante la notte — alimentarono voci e speculazioni. Alcuni anni dopo, il giornalista britannico David Yallop avanzò in un libro l’ipotesi di un avvelenamento a sfondo politico. Inchieste successive, compresa una condotta con il sostegno delle autorità vaticane, esclusero l’omicidio ma descrissero un clima di isolamento e pressione in cui il papa era stato lasciato sostanzialmente solo. Nessuna di queste ipotesi raggiunse mai dignità storica accertata.


Il “Papa del Sorriso” e la beatificazione

Dopo la morte, le richieste di beatificazione arrivarono da ogni parte del mondo cattolico. Il processo formale fu avviato nel 2003 e portò nel 2022 al riconoscimento ufficiale di un miracolo: la guarigione inspiegabile, avvenuta nel 2011, di una bambina argentina di 11 anni. Il 4 settembre 2022 papa Francesco lo ha proclamato Beato, con la ricorrenza fissata al 26 agosto, anniversario della sua elezione.

Rimane nella memoria collettiva con due soprannomi affettuosi: Il Papa del Sorriso e Il Sorriso di Dio. A Canale d’Agordo, nel paese dove tutto era cominciato tra le montagne bellunesi, esiste un museo dedicato a lui. Quella semplicità umile, quel modo di parlare che raggiungeva tutti, quel sorriso che non abbandonava mai il suo volto: tutto questo ha fatto di Albino Luciani una delle figure più amate — e rimpiante — nella storia moderna della Chiesa cattolica.


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