Una lingua che non è solo strumento, ma è essa stessa rivelazione
Chi mi segue da qualche tempo sa che le mie riflessioni si sono mosse spesso lungo sentieri di carattere storico, culturale e teologico. Oggi sento il desiderio di scostarmi un poco da quel percorso consueto, per condividere qualcosa di più personale: un tema che mi accompagna da anni, silenzioso e tenace, come lo studio lo è per sua natura. Parlo dell’ebraico biblico — della sua struttura, della sua anima, e soprattutto del suo legame indissolubile con la comprensione della Sacra Scrittura. Non è un argomento che si esaurisce in una lettura, né in un corso, né in anni di studio. È piuttosto una porta che, una volta aperta, rivela corridoi sempre più profondi.
L’ebraico, oggi, vive in una condizione che gli studiosi definiscono spesso paradossale. Da un lato è la lingua del moderno stato di Israele, parlata quotidianamente da milioni di persone, fatta di messaggi, burocrazia, canzoni pop e discussioni politiche. Dall’altro, è — e rimane — la lĕšōn ha-qōdeš, la “lingua della santità”, il veicolo attraverso cui è stato redatto uno dei patrimoni letterari e spirituali più straordinari che l’umanità abbia mai ricevuto e prodotto al tempo stesso. Sono due vite che convivono nella stessa lingua, con una tensione che non si risolve, ma che anzi genera significato.
Prima che testo, la Bibbia è voce. La sua forma è determinata dal suono, dalla parola detta, scandita, cadenzata. La sua dimensione è fondamentalmente acustica.
È proprio questa tensione che rende l’ebraico biblico uno strumento di studio irrinunciabile per chiunque voglia avvicinarsi alla Sacra Scrittura con serietà. Non si tratta di erudizione fine a se stessa, né di un esercizio accademico riservato a pochi specialisti. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che ogni traduzione — per quanto accurata e preziosa — porta con sé una perdita inevitabile. Le parole ebraiche non sono semplicemente contenitori di significati che si possono svuotare e riempire in un’altra lingua: esse sono il significato, nella loro struttura, nella loro radice, nel loro suono.
Prendiamo un esempio concreto. Il nome ebraico della Bibbia, Miqrā’, deriva dalla radice √q-r-‘, che significa “chiamare, proclamare, leggere ad alta voce”. È la stessa radice del nome Corano. Questo dettaglio — invisibile in qualsiasi traduzione — ci dice qualcosa di fondamentale sulla natura della Parola: essa non è concepita primariamente come un testo da leggere con gli occhi, ma come una voce da ascoltare. Non a caso, la preghiera più centrale dell’ebraismo inizia con un imperativo: Šĕma’ Yiśrā’ēl — “Ascolta, Israele”. La Bibbia chiede, prima di tutto, orecchie.
Questa dimensione orale e acustica della Scrittura è qualcosa che le nostre tradizioni di lettura occidentale tendono a dimenticare. Siamo abituati a sfogliare pagine, a sottolineare paragrafi, a fare ricerche per parola chiave. Ma il testo biblico nasce in un contesto radicalmente diverso: una tradizione in cui la trasmissione è affidata alla voce, alla memoria, alla ripetizione. I sōp̄ĕrîm — gli scribi professionisti che per secoli si dedicarono alla conservazione del testo — non si limitavano a copiare lettere su pergamena. Custodivano un suono, una pronuncia, un ritmo. La loro cura per il testo era tale che nessuna modifica poteva essere apportata, nemmeno di una singola lettera.
È in questa prospettiva che il lavoro dei masoreti assume un significato straordinario. Tra il 600 e il 950 d.C., questi studiosi si dedicarono all’opera di vocalizzare per iscritto un testo che, nella sua forma originale, era puramente consonantico. Aggiunsero segni diacritici per indicare le vocali, gli accenti, le pause — fissando in forma grafica una tradizione di pronuncia liturgica che era stata tramandata oralmente per secoli. Il sistema da essi elaborato, in particolare nella scuola di Tiberiade con la famiglia Ben Asher, è quello che ancora oggi usiamo per leggere il testo biblico. Senza conoscere almeno i fondamenti di quel sistema, ci si trova a leggere una musica senza conoscerne le note. Non dimentichiamo che ogni traduzione porta con sé una perdita inevitabile e, come già detto, le parole ebraiche non sono contenitori di significati: esse sono il significato.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo, che riguarda la struttura stessa della lingua ebraica. L’ebraico è una lingua radicale: quasi tutte le parole sono costruite a partire da una radice di tre consonanti, dalla quale si generano famiglie di significati collegati. Conoscere la radice significa vedere i legami nascosti tra concetti apparentemente distanti. La parola Tōrā, che traduciamo con “Legge”, deriva dalla radice √y-r-h, che significa “indicare, dirigere, istruire”. Non si tratta di un codice normativo, ma di una guida: la Torah come orientamento, non come costrizione. Questa sfumatura — decisiva per la comprensione dell’intera tradizione ebraica — è quasi sempre perduta in una mera traduzione.
Allo stesso modo, Mišnā viene da √š-n-h, “ripetere”: la legge orale è, etimologicamente, ciò che si trasmette ripetendo. E il midrāš, il metodo interpretativo del testo biblico che cerca di penetrarne lo spirito al di là del senso letterale, nasce dalla radice √d-r-š, “chiedere, cercare”. Studiare la Scrittura, in questa tradizione, è per definizione un atto di ricerca: non si va al testo con risposte già pronte, ma con domande aperte.
Anni di studio mi hanno convinto che avvicinarsi all’ebraico biblico non è un percorso per specialisti, ma una responsabilità per chiunque voglia leggere la Scrittura con consapevolezza e discernimento. Non occorre diventare filologi o linguisti. Basta abbastanza curiosità da fermarsi davanti a una parola, chiedersi cosa c’è dentro, lasciare che il suono di quella lingua antica risuoni per un momento prima di procedere oltre. Ogni volta che ho fatto questo, il testo ha restituito qualcosa di inatteso: una profondità, una sfumatura, un’ironia o una tenerezza che la traduzione aveva necessariamente levigato.
L’ebraico biblico, quindi, non è uno strumento tra gli altri per leggere la Scrittura. È la voce originale di quel testo — radicata, viva, carica di storia e di fede. Imparare ad ascoltarla, anche solo in parte, cambia il modo in cui si legge. E cambia, più lentamente ma più in profondità, il modo in cui si comprende.
Per approfondimenti si possono consultare i seguenti testi:
“Corso di ebraico biblico” di Luciana Pepi e Filippo Serafini – Ed. San Paolo 2006,
“Grammatica di ebraico biblico” di Jacob Weingreen – Eupress FTL 2011,
“La lingua santa” di Luisa Gorla de Angelis – Ed. Chirico 2016,
“La lingua ebraica” di Sara Ferrari – Ed. Carrocci 2025.








Lascia un commento