San Charbel Makhlouf: il santo silenzioso che opera meraviglie – La testimonianza di Raymond Nader

La testimonianza straordinaria di Raymond Nader getta nuova luce sulla potenza di intercessione del grande eremita libanese.

C’è un eremo tra i monti del Libano, ad Annaya, dove il silenzio sembra avere un peso diverso da qualsiasi altro posto al mondo. È lì che visse e morì san Charbel Makhlouf, il monaco maronita che la Chiesa ha elevato alla gloria degli altari nel 1977 e la cui presenza — a quanto testimoniano migliaia di fedeli — non sembra essersi mai davvero congedata da quei luoghi. La storia che vi racconto oggi è una di quelle che difficilmente si dimenticano: quella di Raymond Nader, ingegnere libanese, uomo di scienza, che in quella notte del 9 novembre 1994 si trovò a fare i conti con qualcosa di radicalmente al di là di ogni esperienza vissuta.

Un uomo che cercava Dio con la ragione

Raymond Nader nasce nel 1961 in una famiglia maronita del Libano. Fin da bambino, il suo modo di stare al mondo è segnato da una duplice tensione: da un lato la fede ricevuta in eredità, dall’altro una curiosità scientifica inesauribile. A cinque o sei anni era già solito salire sul tetto di casa nelle notti libanesi e sdraiarsi con le braccia aperte a contemplare la volta stellata, ponendosi domande che i bambini di solito non fanno. Non sapeva ancora che quelle stelle non erano “appese” al cielo, ma ne avvertiva già la grandezza smisurata con una consapevolezza interiore rara per l’età.

Per trovare le risposte che cercava, Raymond sceglie la strada più esigente: si laurea in ingegneria elettronica e meccanica a Beirut, poi si trasferisce a Londra per specializzarsi in fisica nucleare. Non lo muove l’ambizione professionale, ma qualcosa di più antico: capire le leggi del cosmo per avvicinarsi, attraverso di esse, al Creatore. Durante la guerra civile libanese — uno dei conflitti più sanguinosi del Novecento mediorientale, con oltre 150.000 vittime — rientra in patria e serve come ufficiale nell’esercito cristiano. La morte degli amici, la brutalità della guerra fratricida, portano le sue domande a una profondità nuova: perché gli esseri umani devono morire? Cosa resta dopo?

La scienza mi dava le leggi, ma non il senso. Così ho cominciato a cercare Dio non solo con la mente, ma con il cuore”.

L’eremo di Annaya e i mesi di preghiera notturna

È alla fine del 1984 che Raymond inizia a frequentare luoghi di ritiro spirituale, tra cui il monastero abbandonato di San Giorgio di Yahchouch e, successivamente, il santuario di Nostra Signora di Kalaa e l’eremo di Annaya — proprio quello dove san Charbel trascorse gli ultimi ventitré anni della sua vita come eremita. Ogni sera, dopo il lavoro e il tempo in famiglia, Raymond prendeva candele e Bibbia e si recava in luoghi solitari a pregare. Una vita spaccata in due: ingegnere e dirigente di giorno, cercatore di Dio di notte.

Il 5 settembre 1994 inizia un nuovo ciclo di ritiri spirituali più intensi. E così, tra i fedeli che ogni notte percorrono la strada verso Annaya, c’è anche quest’uomo con il suo maglione e le sue candele, che prega seguendo un metodo preciso in cinque fasi: preparazione interiore, meditazione biblica, rosario, orazione mentale, preghiera libera.

La notte del 9 novembre: qualcosa che non si spiega

Quella sera la temperatura sfiora lo zero. Dopo la pioggia, il cielo si è fatto limpido. Raymond arriva al monastero verso le 22:45, cammina per una quindicina di minuti per ritrovare il silenzio interiore, poi accende cinque candele a forma di croce e si inginocchia. Sta meditando la Parabola dei talenti quando, poco prima della mezzanotte, viene sfiorato da un caldo alito di vento.

Cerca una spiegazione razionale — pensa alla Guerra del Golfo, alle correnti termiche — ma niente quadra. Il vento si fa impetuoso, tanto da spingerlo a togliersi il maglione e la camicia nel freddo della notte. Gli alberi intorno si agitano, sacchetti di plastica volano in aria, eppure le fiammelle delle candele restano perfettamente immobili, come se il vento non le toccasse. Raymond si avvicina per controllare lo stoppino, e perde i sensi.

Quello che racconta di aver vissuto in quelle ore è difficile da contenere nel linguaggio ordinario. Non percepisce più il proprio corpo, né il freddo né il caldo. Si ritrova immerso in una luce pura, cristallina, trasparente, che — dice — brilla incomparabilmente più del sole ma non acceca e non brucia. In questa luce c’è una Presenza che comunica direttamente con la sua anima, senza passare per la vista o l’udito. Qualcosa che ricorda molto le cosiddette NDE, ovvero le esperienze di premorte, ma Raymond non è affatto morto.

“Non stai sognando. Sei più sveglio che mai.”

La Presenza si rivela infine come l’Amore stesso. Raymond prova una gioia e una pace che definisce indicibili, un’intensità che supera qualsiasi sentimento umano conosciuto. Quando la luce inizia ad affievolirsi, supplica di non essere lasciato. La risposta che riceve è: non vado da nessuna parte, sono presente in ogni luogo e in ogni tempo.

Il segno di san Charbel sul braccio

Raymond riprende conoscenza. Guarda l’orologio: sono le 3:35 del mattino. Quattro ore sono trascorse in un attimo. Il cuore gli trabocca di gioia, ma la sua formazione scientifica esige una prova concreta. Mentre passa davanti alla statua di san Charbel nel piazzale del monastero, avverte una pressione e un intenso calore al braccio sinistro. Entrato in auto, alza la manica della camicia: sull’avambraccio c’è l’impronta di una mano, circondata da un alone rossastro da cui fuoriescono sangue e acqua. L’impronta somiglia a un’ustione, ma non fa alcun dolore.

Tornato a casa, mostra il braccio alla moglie. Lei si fa il segno della croce. Nei tre giorni successivi Raymond riflette, poi si reca dal vescovo e dal superiore del monastero di Annaya, che gli consiglia di farsi refertare dai medici. È il sigillo di quella notte: non un sogno, non un’allucinazione, ma qualcosa che ha lasciato un segno fisico, documentabile, permanente.

Chi era san Charbel, e perché ancora ci parla

Youssef Antoun Makhlouf nasce nel 1828, l’8 di maggio a Bqaakafra, villaggio di montagna del Libano settentrionale. Entra nell’Ordine Libanese Maronita, prende il nome di Charbel e trascorre decenni di vita monastica severa. Nel 1875, con il permesso dei superiori, si ritira nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, nei pressi del monastero di Annaya, dove vivrà fino alla morte nel 1898. La sua esistenza è segnata da una penitenza radicale, da lunghissime ore di adorazione eucaristica e da una dedizione assoluta alla preghiera. Dopo la sua morte, dal suo corpo esumato vengono segnalati fenomeni straordinari: trasudazione di sangue e siero, profumo persistente, guarigioni inspiegabili.

Paolo VI lo beatifica nel 1965 e lo canonizza nel 1977, definendolo “un messaggio di Dio al mondo moderno”. Da allora i pellegrinaggi ad Annaya non si sono mai fermati. Fedeli di ogni confessione — cristiani, musulmani, drusi — si recano alla sua tomba portando le proprie intenzioni più profonde. La testimonianza di Raymond Nader si inserisce in questa lunga catena di grazie: quella di un uomo che era andato a cercare Dio armato di equazioni e candele, e che ne è tornato con qualcosa di impresso nella carne e ancor più nell’anima.

Una santità per il nostro tempo

Colpisce, in questa storia, che il protagonista non sia un mistico di professione né un teologo, ma un ingegnere nucleare, un dirigente aziendale, un padre di famiglia. È proprio questa “normalità” di partenza a rendere la sua testimonianza così potente. San Charbel non sceglie di manifestarsi a chi potrebbe sembrare un testimone credibile perché già crede senza troppe domande, ma a chi ha passato decenni a interrogarsi, a studiare, a cercare prove. Come se la santità dell’eremita di Annaya avesse un’affinità particolare con chi non si accontenta di risposte superficiali.

Oggi Raymond Nader è direttore esecutivo di Télé Lumière-Noursat, la prima emittente televisiva cristiana del Libano e del Medio Oriente, e dedica la propria vita a portare questa testimonianza nei cinque continenti. Il braccio porta ancora il segno di quella notte. E ad Annaya, nell’eremo dove il silenzio pesa in modo diverso, i fedeli continuano ad arrivare.

Per approfondire questa testimonianza si può leggere: “San Charbel, l’impronta e i messaggi a Raymond Nader – Edizioni Segno – Tavagnacco (UD) 2024.

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