Chiara Corbella Petrillo: una vita che nutre ancora

Se ieri abbiamo parlato della madre, oggi ci concentreremo sulla figura del padre. Qualche giorno fa, nella Sala del Parlamento a Roma, ho partecipato alla presentazione di un libro su Carlo Casini — di cui ho già scritto in questo blog. Un convegno sulla figura di un grande padre di famiglia, nel senso più pieno del termine: uomo che ha saputo coniugare impegno pubblico e fedeltà alla vita, in tutte le sue forme. Tra i presenti, quasi per grazia, ho avuto l’occasione di conoscere Roberto Corbella, il padre di Chiara Corbella Petrillo.

Un incontro breve, come spesso accade in questi contesti. Ma sufficiente per avvertire qualcosa di riconoscibile: la stessa qualità di presenza che chi ha conosciuto Chiara descrive in lei. Quella pace che non è distanza dal dolore, ma dimestichezza con qualcosa di più grande. E ho pensato che valesse la pena fermarsi su questo: non solo sulla figlia, ma su ciò che l’ha resa possibile.

C’è un modo in cui certe vite continuano a parlare anche dopo che si sono concluse. Non attraverso le parole lasciate scritte, non attraverso le opere portate a termine, ma attraverso qualcosa di più misterioso: la qualità della luce che hanno irradiato, e che continua ad accendersi in chi le incontra, anche solo di riflesso, anche solo attraverso una storia raccontata da altri.

Chiara Corbella Petrillo è una di queste vite.

Don Fabio Rosini la incontrò quando era ancora una giovane fidanzata, venuta ad ascoltare uno dei suoi incontri sulle Dieci Parole. Non era lì per caso, e non era lì come protagonista. Era lì come tutti gli altri: in cerca di nutrimento per una fede che già portava in sé, ma che aveva bisogno — come ogni vita autentica — di essere alimentata, accompagnata, fatta crescere.

Da quel giorno, racconta don Fabio, qualcosa ha continuato a muoversi. Chiara ha attraversato il matrimonio, la perdita di due figli nati con malformazioni incompatibili con la vita, e infine il cancro che l’ha portata via mentre portava in grembo, partoriva e cresceva il suo terzo figlio per il solo primo anno della sua esistenza. Una storia che, nelle mani di Dio, è diventata punto di riferimento per una moltitudine di persone: chi ha cambiato vita, chi ha ritrovato la fede, chi ha approfondito la propria appartenenza cristiana. Oggi per lei è aperta la causa di beatificazione.

Ma c’è un aspetto di questa storia su cui vale la pena soffermarsi, e che don Fabio Rosini aiuta a illuminare con la sua riflessione: il ruolo del padre.

Non si nasce padri, lo si diventa

Il libro di don Rosini, dedicato alla figura di San Giuseppe, cita una frase di Papa Francesco dalla Patris Corde: padri non si nasce, lo si diventa — non perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. È una distinzione decisiva. La paternità non è un dato biologico: è una scelta rinnovata ogni giorno, un’arte che richiede sapienza, presenza, fedeltà.

Il padre di Chiara è una figura che emerge con discrezione, come accade spesso nelle famiglie in cui i genitori hanno fatto davvero bene il loro lavoro: non si nota non perché sia assente, ma perché è diventato una struttura invisibile ma fondante. Chiara ha trovato la fede ad Assisi con i Frati, scrive don Rosini, e «prima ancora nella sua infanzia cristiana». Quella infanzia cristiana non si costruisce da sola. Si costruisce in una casa, attorno a una tavola, attraverso gesti ripetuti, parole credute e vissute, un’atmosfera in cui Dio non è un’ipotesi ma una presenza familiare.

Il termine greco per “amministratore della casa” è οίκονόμος— colui che conosce le leggi della casa, che sa dare i ritmi giusti alla famiglia, che distribuisce il pane nella misura opportuna e al momento giusto. È questa l’immagine che don Rosini usa per descrivere chi si prende cura della crescita di un’altra persona: non il genitore che controlla, ma quello che nutre. Che sa leggere i tempi. Che è fidatoπιστός, nella fede — e perciò prudente, capace di vedere lontano.

Un padre così non appare nelle cronache. Ma è lì, nel modo in cui sua figlia sa stare nel dolore senza spezzarsi. È lì nella libertà con cui Chiara accoglie ogni figlio, anche quelli che sa già che non le resteranno. È lì nella pace che chi l’ha conosciuta descrive come la cosa più sconcertante ma anche più vera di lei. La stessa pace che ho intravisto, per un momento, nel volto di suo padre.

Una vita che ancora nutre

Don Rosini usa un’immagine bella per descrivere ciò che sente ogni volta che si trova davanti a centinaia di giovani: sa che tra di loro c’è sempre una Chiara Corbella. Qualcuno che porta in sé una grandezza ancora nascosta, un nome meraviglioso che aspetta di essere detto ad alta voce perché diventi reale.

E allora la storia di Chiara non è solo la storia di una donna straordinaria. È anche la storia di tutto ciò che l’ha preparata ad esserlo: una famiglia, una fede trasmessa, padri e madri che hanno distribuito il pane della vita nella misura giusta e al momento giusto.

Perché le vite sante non cadono dal cielo già formate. Vengono allevate. E qualcuno — spesso in silenzio, spesso senza gloria — si è preso cura di tenerle vive.

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