di Laura Venci
Don Paolo Giobbe è entrato nella nostra vita come il Buon Samaritano della parabola. Non lo avevamo cercato, né chiamato; eppure, si è fatto “prossimo” proprio quando stavamo attraversando la prova più dura della nostra famiglia.
All’epoca era il parroco di una comunità così povera da non avere nemmeno una vera e propria chiesa. Da buon pastore, ascoltava i suoi parrocchiani e pregava incessantemente per loro. Fu proprio attraverso questo ascolto che venne a conoscenza della nostra storia: la mamma di una compagna di scuola di nostra figlia gli parlò di noi: una famiglia numerosa colpita dalla diagnosi terribile di una bimba di soli nove anni.
Mentre noi eravamo chiusi nel reparto di oncologia pediatrica del Bambin Gesù, percorrendo una strada che mai avremmo pensato di avere la forza di affrontare, Don Paolo si metteva in cammino.
Una presenza discreta e costante
Senza che noi lo sapessimo, questo sacerdote aveva iniziato a passare più volte a settimana davanti alla scuola dei nostri figli, con il rosario tra le mani, chiedendo notizie della nostra piccola. Fu la suora della portineria a parlarci di questa presenza silenziosa. Incuriositi, andammo a cercarlo.
Scoprimmo così la sua “chiesetta”: una parrocchia ricavata nei locali di un ex negozio in una via secondaria nella zona di Casal del Marmo. Terminati i cicli di chemioterapia di Chiara vi entrammo. Non appena varcammo la soglia durante la Messa, lui ci guardò e ci fece cenno di sedere al primo banco. Gli bastò vedere la bandana sulla testa di Chiara per capire chi fossimo. In quel momento scoprimmo che tutta la sua comunità, ogni sera, pregava per nostra figlia chiedendo l’intercessione di Chiara Luce Badano e di Chiara Corbella.
Da quell’incontro nacque una profonda amicizia. Don Paolo divenne uno di famiglia. Veniva spesso a cena da noi, chiamando con semplicità: “Posso venire?”. Ma le sue visite non erano mai semplici chiacchiere. Don Paolo non “faceva” il sacerdote: lo era nell’essenza. Ci parlava della sua vocazione, dei santi giovani che amava, portando il messaggio di Gesù in modo genuino, senza mai accettare complimenti o regali. Ci confidò che la tentazione più grande che aveva avuto nel rispondere “Sì” alla chiamata al sacerdozio, non fu l’idea di rinunciare ad una famiglia tutta sua, ma la rinuncia alla carriera universitaria che gli era stata proposta da un professore della facoltà di filosofia della Sapienza. Non si pentì mai di aver scelto Gesù e lo dimostrava ogni giorno portando l’amore di Dio con gioia a grandi e piccini. Nelle nostre chiacchierate più volte ci parlò del suo legame forte e indissolubile con suo fratello gemello Pietro, morto il giorno successivo la loro nascita, nel freddo novembre del 1944. Lo sentiva vicino e spesso si domandava perché la vita li aveva separati. Ci raccontò tanti altri episodi della sua vita, passando da episodi drammatici ad altri divertenti. I suoi racconti riempivano così le nostre serate, e mentre noi lo ascoltavamo sereni e incuriositi, lui riviveva con noi un po’ di quella atmosfera a lui cara, tipica di una famiglia numerosa.
Accanto a noi, nel bisogno e nella gioia
Quando, dopo la malattia di Chiara, arrivò anche la perdita del lavoro di mio marito, Don Paolo non ci abbandonò. Ci aiutò con una delicatezza estrema. Arrivò persino a portarci tra le sue amate montagne della Val di Fassa, un luogo caro a lui quanto a noi. Viveva in una povertà evangelica: tutto ciò che aveva lo donava con una generosità immediata.
Ricordo un aneddoto che descrive perfettamente il suo spirito: era gennaio, sulle strade ghiacciate della Maiella. Vide dei ragazzi fermi con una gomma a terra; non avevano la chiave per svitare i bulloni della ruota ed effettuare la sostituzione. Don Paolo fermò la sua vecchia 600 in salita sul ghiaccio, diede loro la sua chiave e ripartì, lasciandogliela. Non si chiedeva se fosse il caso di dare; vedeva un bisogno e rispondeva.
Le sue omelie erano essenziali, capaci di tradurre la Parola di Dio in gesti quotidiani. Non dimenticherò mai le Messe celebrate nei rifugi delle Dolomiti: tirava fuori dallo zaino tutto l’occorrente e celebrava l’Eucaristia, a volte solo per noi, altre volte attirando i turisti incuriositi. Aveva un amore immenso per i bambini e i giovani, ma sapeva sostenere con forza i genitori e gli anziani soli. A colpire era il suo spirito profondamente giovane: nonostante l’età, conservava una giocosità semplice e contagiosa, che esprimeva spesso attraverso i canti che amava proporre, capaci di unire tutti in un clima di gioia serena.
L’ultimo saluto
Quando mia madre si ammalò, venne subito a portarle la Comunione. Qualche mese dopo, quando lei volò in Cielo, lui fu uno dei primi a sapere della sua scomparsa. Nonostante la sua salute stesse già declinando vistosamente, mi disse: “Troverò il modo di essere al vostro fianco”. E così fece. Durante il funerale era visibilmente commosso; provò a condividere un pensiero legato all’ultima confessione di mia madre, ma le lacrime gli impedirono di finire il discorso.
Fu l’ultima volta che lo vidi in piedi.
Venti giorni dopo, le sue condizioni precipitarono. Andai a trovarlo in ospedale per l’ultimo saluto. Gli tenni la mano e gli dissi: “Grazie Don Paolo per quello che hai fatto per noi, per esserci stato nei momenti difficili e in quelli gioiosi. Grazie per tutto il bene che ci hai donato”.
Mi interruppe con un filo di voce: “Se c’è stato del bene, è solo grazie a Dio”.
Ancora oggi mi sembra di sentire la sua voce intonare il canto che amava cantare ovunque, anche davanti agli ospiti di un albergo prima di pranzo, senza alcun falso pudore: “Grazie Signore, rendiamo grazie a Te che regni nei secoli eterni”. Oggi, io non posso fare altro che unirmi a quel canto e aggiungere: “Grazie, Signore, per averci donato Don Paolo”.
Laura Venci
Aggiungo solo un ricordo a quanto scritto da Laura. La sera del funerale di Don Paolo, nostra figlia Chiara non riusciva a rassegnarsi alla perdita. Trovò pace solo quando, aprendo il Vangelo a caso, lesse il versetto 23 del primo capitolo di Luca: ‘Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa’. Quelle parole furono per lei la risposta e il conforto che cercava ma anche il segno della grande umiltà di questo santo sacerdote.









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