Navigando nel mare magnum del web, tra frammenti di pensieri e riflessioni sparse, mi sono imbattuto in un grido profetico che sembra scritto stamattina. Sono le parole del compianto don Divo Barsotti, risalenti a un lontano 1957: un appello accorato in cui questa grande anima, presagendo l’attuale deriva della nostra società, ci esortava a ritrovare il “giusto sentiero”. Già allora, con lucida fermezza, Barsotti metteva a nudo la ferita del nostro tempo: un’epoca che sembra aver smarrito, irrimediabilmente, la bussola del sacro.
L’umanità nell’ombra
Il mondo ci appare oggi terribilmente vuoto di Dio. Gli uomini vagano in una tenebra spessa, incerti sulla direzione da prendere. Spesso camminiamo al loro fianco, senza renderci conto dell’angoscia che stringe le loro anime o del vuoto spirituale che ne caratterizza l’esistenza.
Oggi, paradossalmente, non dovremmo contare quanti conoscono il Signore, ma quanti non lo hanno mai incontrato davvero. Per molti, il Cristianesimo è ridotto a un ammasso di superstizioni, un reperto archeologico o una vaga speranza che non sanno né spiegare né giustificare. In questo contesto, siamo chiamati ad un compito immane: essere noi la rivelazione di Cristo in un mondo tornato pagano.
Il rischio dell’impotenza
Dobbiamo avere il coraggio di essere onesti: agli occhi della modernità, il Cristianesimo sembra essere divenuto impotente a risanare le piaghe dell’umanità. Non appare più come una sorgente di calore, vita e luce, ma come una vana reliquia di tempi passati.
Nell’intimo di molti uomini alberga il timore che tutto sia finito e che la scienza, la cultura o il benessere materiale siano gli unici architetti di una nuova era. Eppure, nonostante il progresso, un’angoscia profonda continua a stringere i cuori. Il motivo è semplice: né la tecnica né la filosofia possono rispondere al desiderio d’infinito. Gli uomini sognano allora nuove religioni “libere da miti”, perché avvertono che senza una dimensione spirituale è impossibile vivere.
Il paradosso della Galilea
Di fronte allo smarrimento di questa moltitudine immensa — dove i veri cristiani sono ormai pochissimi — la nostra responsabilità di messaggeri e testimoni cresce esponenzialmente. Non possiamo accontentarci della nostra salvezza personale, lasciando che questa moltitudine si perda; non possiamo staccarci da quell’Amore che ci lega a loro.
Potremmo sentirci inadeguati. Siamo pochi, siamo poveri, non siamo né geniali né potenti. Ma che differenza vi è tra noi e i pescatori della Galilea? Proprio nella nostra povertà deve ripetersi il miracolo di allora. Se non siamo noi la forza che solleva il mondo, significa che non crediamo neanche noi. Non abbiamo altro modo di salvare il dono che ci è stato dato se non rivelandolo agli altri, ci mette in guardia don Divo.
Per una santità di luce
Chiediamo la santità, ma che sia una santità intesa come irradiazione di luce su tutta la creazione, non un esercizio privato per la nostra perfezione e gioia personale. Se cerchiamo una santità che isoli, Dio non ce la donerà, perché non possiamo sottrarci al compito di ogni discepolo: rivelare il Maestro.
“S’impone una santità che, se deve essere proporzionata al bisogno del mondo, deve essere più grande di quella di tanti santi canonizzati, perché oggi è più grande il vuoto da colmare”.
Oggi non basta più la “normale” amministrazione della Fede. Serve un fuoco capace di colmare abissi che in passato non erano così profondi. Siamo pronti ad essere quella luce?









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