Il volo dell’Anima: San Giuseppe da Copertino sulle ali dello Spirito

Dalle Marche al Cielo

A pochi chilometri dalla collina Lauretana, dove le pietre della Santa Casa ci parlano di un Dio che si fa presente nella storia anche per vie inspiegabili, sorge Osimo. Qui, tra le navate della Basilica a lui dedicata, riposa un uomo che ha vissuto la propria esistenza con i piedi raramente ancorati a terra: San Giuseppe da Copertino. Se la Santa Casa è il segno di una materia che si sposta per volere divino, Giuseppe è il segno di un’umanità che, sotto l’azione dello Spirito Santo, si libera dal peso del mondo.

Il “Boccaperta” riempito dallo Spirito

Giuseppe non era un uomo di grandi mezzi intellettuali. Definito dai contemporanei “Boccaperta” per la sua sbalorditiva semplicità, faticò negli studi e fu inizialmente rifiutato da diversi ordini religiosi. Ma è proprio qui che si innesta la sua straordinaria relazione con lo Spirito Santo.

Come insegna San Paolo, “Dio ha scelto ciò che è stolto per il mondo per confondere i sapienti”. Giuseppe non era sapiente per i libri, ma per infusione. Lo Spirito Santo trovò in lui un canale senza ostacoli: non c’era l’orgoglio della cultura a fare da barriera, ma solo un’umiltà sconfinata che permetteva al Paraclito di soffiare dove e come voleva.


Il segno del volo: un miracolo di leggerezza

Il fenomeno delle levitazioni, che lo accompagnò per tutta la vita, non era un mero esercizio di particolari capacità, ma un’estasi fisica. Il miracolo più celebre avvenne proprio dinanzi a folle incredule e persino davanti ad un Papa: Urbano VIII.

Si racconta che, durante una visita al Papa, Giuseppe, al solo udire il nome di Maria o guardando un’immagine sacra, emise un grido di gioia e si sollevò in aria, rimanendo sospeso sopra le teste dei presenti. Non erano ali di carne a sostenerlo, ma le ali dello Spirito.

Ogni suo volo era una risposta a uno stimolo spirituale: una preghiera, un inno, il profumo dell’incenso. Il suo corpo diventava leggero perché la sua anima era come fosse già in Paradiso. Era la prova vivente che lo Spirito Santo non è un’idea astratta, ma una forza dinamica capace di utilizzare le leggi della natura in modo inconsueto per gridare al mondo che l’Amore di Dio è l’unica vera forza in grado di vincere anche la gravità.


La Sapienza degli umili: quando il “poco” diventa “Tutto”

In ambito accademico e professionale, San Giuseppe è invocato come il patrono degli studenti, ma sarebbe un errore pensare a lui come a un distributore di facili successi o di un “regala voti”. La sua figura incarna una lezione teologica molto più densa: lo Spirito Santo come supplente delle fragilità umane. Giuseppe, che per tutta la vita aveva lottato con i limiti di un intelletto che il mondo definiva tardo, si trovò ad affrontare l’esame per il diaconato con l’angoscia di chi sa di non farcela. Conosceva un’unica frase del Vangelo: “Beato il ventre che ti ha portato”. Per un segno che la storia definisce provvidenziale, il Vescovo gli chiese proprio di commentare quell’unico brano. Questo episodio non è un inno alla pigrizia, ma la dimostrazione di un patto mistico: Giuseppe aveva messo a disposizione di Dio tutto il suo “poco” — la sua fatica, il suo studio sudato, la sua ansia — e lo Spirito Santo vi aveva deposto il Suo “Tutto”.

La sua relazione con la Terza Persona della Trinità era una vera danza di fiducia. Giuseppe non nascondeva la sua debolezza dietro maschere di sapienza umana; la offriva nuda e cruda all’altare. In quel vuoto di capacità, lo Spirito poteva finalmente fluire senza ostacoli, rispondendo con la Sua forza. Ecco perché Giuseppe non parlava per concetti appresi, ma per intuizioni ricevute: il suo era un “sapere per amore”, una sapienza infusa che ricordava a dotti e prelati che la Verità non si conquista solo con i libri, ma si riceve in ginocchio. Lo Spirito Santo, in Giuseppe, ha dimostrato che quando l’anima è leggera di sé, può finalmente essere riempita di Dio.


Conclusione: lasciarsi sollevare

L’esempio di San Giuseppe da Copertino è ancora attualissimo e ci sfida a guardare le nostre “pesantezze” quotidiane — le preoccupazioni, i fallimenti, la sensazione di non essere mai abbastanza — sotto una luce diversa. Se restiamo ancorati solo alla nostra logica, rimarremo a terra. Se invece impariamo da Giuseppe a spalancare la bocca e il cuore alla meraviglia, permetteremo allo Spirito Santo di trovarci e sollevarci “su ali d’aquila”.

Forse non voleremo fisicamente sopra gli altari di una chiesa, ma la nostra anima potrà certamente sollevarsi sopra le miserie del mondo. Perché avere fede, come Giuseppe ci insegna, significa sapere che non siamo noi a dover scalare il cielo, ma è lo Spirito che, se lo vogliamo e glielo permettiamo con il nostro abbandono fiducioso, ci prende in volo con Lui.

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