“51Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, 52i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. 53Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti”.
Mt 27,51-53
1. Il Giusto che attende sulla soglia
In Matteo 1,19, Giuseppe viene presentato con il titolo di “Giusto” (δίκαιος – dikaios). Questo termine non indica solo una moralità impeccabile, ma descrive colui che è perfettamente allineato alla volontà di Dio. Nel capitolo 27, Matteo usa lo stesso termine per i “santi” (giusti) che risorgono. Ora, se mettiamo in parallelo questi due brani ci accorgiamo subito che Giuseppe è il prototipo del giusto dell’Antica Alleanza che ha vissuto nel silenzio l’attesa del Messia. La sua morte, avvenuta prima della Passione, lo colloca nel “Limbo dei Padri” in attesa dell’evento glorioso della Pasqua, rendendolo il candidato naturale a guidare quella schiera di risorti che accolgono il Cristo vittorioso.
2. Il concetto di “Risurrezione Anticipata” (l’Eschaton nel presente)
Normalmente la fede rimanda la risurrezione della carne alla fine dei tempi, ma il racconto di Matteo ci pone davanti a un’anticipazione straordinaria. Se la vittoria di Cristo ha superato le leggi della natura, è lecito ipotizzare che l’eternità sia penetrata nel corso della storia, trasfigurando l’evento cronologico in un fatto metastorico. Giuseppe, dunque, non vive una semplice rianimazione come quella di Lazzaro, ma sperimenta una risurrezione definitiva in corpo e anima. La sua figura può diventare così la testimonianza che il Regno di Dio è già una realtà operativa: egli diviene prova che l’intimità vissuta con il Verbo Incarnato sia capace di trascendere, per privilegio unico, la corruzione del sepolcro.
3. La convenienza della “Sacra Famiglia Glorificata”
A questo punto è necessaria una riflessione sulla dignità del corpo. San Bernardino da Siena argomentava che, se Gesù ha onorato il comandamento “Onora il padre e la madre”, non avrebbe potuto lasciare il corpo del suo padre putativo a decomporsi mentre lui saliva al Padre nella gloria. Si può quindi ipotizzare che, come Maria è stata assunta in quanto “dimora” del Figlio, Giuseppe sia stato “risorto anticipatamente” in quanto suo “protettore e custode”. La risurrezione di Giuseppe completerebbe la triade della Sacra Famiglia nella Gerusalemme Celeste, rendendo visibile il trionfo dell’amore domestico sulla morte.
4. Il testimone silenzioso entra nella Città Santa
L’annotazione di Matteo, secondo cui i risorti ‘apparvero a molti’, costituisce il cardine documentale della tesi. In questo scenario, il ruolo di Giuseppe assume una portata rivoluzionaria: colui che era stato l’uomo del silenzio e dell’ombra emerge nel fulgore della Pasqua come un testimone sfolgorante. La sua apparizione a Gerusalemme non sarebbe solo un prodigio, ma un atto di altissimo valore giuridico e teologico: il padre legale che conferma ai giudei e ai primi convertiti la genealogia davidica di Gesù. Giuseppe attesta così la regalità del Figlio proprio nel momento culminante in cui Egli viene intronizzato sulla Croce e svelato nella Risurrezione.
5. L’assenza di reliquie come “indizio” storico e criterio di verità
In un’analisi che applichi i moderni criteri di verità storica ai Vangeli e alle tradizioni primigenie, l’assenza di dati può risultare eloquente quanto la loro presenza. Mentre per quasi tutti gli Apostoli, e persino per figure minori del Nuovo Testamento, esistono tradizioni millenarie legate a sepolcri o reliquie, sulla sorte del corpo di Giuseppe regna un silenzio assoluto. Questo “vuoto” non va interpretato come una mancanza di interesse, ma come un argomento ex silentio di straordinario vigore teologico.
In un’epoca — quella dei primi secoli — profondamente segnata dal culto dei resti dei patriarchi e dalla ricerca delle spoglie dei martiri, il fatto che nessuna comunità cristiana abbia mai rivendicato il possesso del corpo di Giuseppe è un dato anomalo. Se applichiamo il criterio della coerenza, l’ipotesi più logica è che la Chiesa primitiva avesse la consapevolezza (o la rivelazione) che quel corpo non fosse più sulla terra.
Questo silenzio storico diventa così un indizio indiretto ma potente: la memoria di Giuseppe non è legata a una tomba perché, come per Maria, la sua “casa” era ormai stata trasposta nella gloria del Risorto. La mancanza di un luogo di culto funebre per l’uomo che fu il custode del Redentore avvalora la tesi che egli sia stato fra i primi, se non addirittura il primo, a beneficiare di quella vittoria sulla corruzione della morte proclamata in Matteo 27.
Conclusione: il trionfo della Giustizia e il ricongiungimento della Sacra Famiglia
In ultima analisi, la risurrezione di Giuseppe si configura come un atto di suprema “giustizia divina”. Sarebbe apparso teologicamente incongruo che colui che fu scelto per custodire la Vita stessa durante la sua fragilità terrena, rimanesse l’unico escluso dal godimento immediato dei frutti di quella Vita vittoriosa. La sua risurrezione non è un’appendice miracolistica, ma il compimento logico e necessario di un disegno d’amore che non lascia nulla di incompiuto.
Questa tesi trova un’eco profonda e suggestiva nelle visioni mistiche di Maria Valtorta. Nei suoi scritti, la risurrezione e l’assunzione di Giuseppe vengono presentate come il naturale coronamento della sua missione: il “Giusto” che, dopo aver protetto il Verbo nell’ombra di Nazareth, viene richiamato alla luce per ricomporre, nella Gerusalemme Celeste, l’unità della Sacra Famiglia. Secondo questa prospettiva, Giuseppe non è solo un risorto tra i molti, ma il capofila di quella schiera di santi che scorta il Re di Gloria, testimoniando che l’obbedienza del silenzio riceve in premio l’eternità del corpo.
La risurrezione di Giuseppe, dunque, non è solo una possibilità esegetica offerta dal testo di Matteo, ma una necessità del cuore e della fede: il segno che la Croce ha salvato ogni tempo, riconducendo il custode accanto al suo Signore e alla sua castissima sposa Maria, non più nel nascondimento della carne, ma nello splendore della Gloria.









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