Quando i samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (Gv 4,40-42).
La storiografia cristiana ci pone davanti a un dato ineludibile: la rapidità con cui il kerygma apostolico ha travalicato i confini della Giudea per innervarsi nelle arterie dell’Impero Romano. Tuttavia, per un pubblico attento, la questione non è solo geografica, ma epistemologica. Come ha potuto un annuncio così dirompente acquisire immediata credibilità in contesti filosoficamente e religiosamente ostili?
1. L’irriducibilità del Logos incarnato
La sfida della predicazione apostolica consisteva nel proporre contenuti che non erano deducibili per via logica né dalla mentalità giudaica, né da quella ellenista.
- Il paradosso del Logos: per la cultura greco-romana, l’idea che il Logos assumesse la contingenza della carne era una contraddizione in termini. Questo paradosso è sottolineato anche nel prologo del vangelo di Giovanni in cui nel testo greco è evidentemente enfatizzato l’accostamento tra il Logos e la sarx (cfr Gv 1,14).
- Lo scandalo del Monoteismo: Per l’ebraismo, la figliolanza divina di un crocifisso infrangeva il rigore del monoteismo mosaico e le attese di un messianismo trionfante.
La credibilità dell’annuncio non poggiava dunque su una “simpatia” culturale, ma sulla sua capacità di rottura. Come sottolinea Paolo in 1Cor 1,22-25, la forza di questa novità risiedeva proprio in ciò che appariva come stoltezza o scandalo.
2. La precedenza dell’Evento sulla Categoria
Un punto cruciale per comprendere la ratio della missione apostolica è la natura dell’annuncio: gli apostoli non stavano diffondendo una sintesi teologica elaborata a tavolino, né una nuova scuola di pensiero. La credibilità del loro messaggio derivava dall’essere testimoni di un fatto accaduto.
«La vita si è manifestata, noi l’abbiamo veduta» (1Gv 1,2).
Non si trattava di una rielaborazione delle attese escatologiche giudaiche o delle teorie greche sull’immortalità dell’anima. L’immediatezza della missione indica che la redenzione universale non fu il risultato di un’associazione categoriale progressiva, ma l’imposizione di una realtà che si è fatta strada con la forza dell’evento. È il fatto (la Risurrezione) che genera la dottrina, non il contrario.
3. Un’ermeneutica fondata sulla Ragione
Nonostante l’inaudita novità del contenuto, gli apostoli non si appellarono a un fideismo irrazionale. Al contrario, si premurarono di offrire un’ermeneutica dei “fatti di Gerusalemme” che fosse sostenibile razionalmente.
Il tentativo costante — evidente negli Atti e nelle Lettere — era mostrare l’intimo significato dell’evento di Cristo per l’antropologia universale. La “ragionevolezza” della fede nasceva così dal legame indissolubile tra la vicenda storica di Gesù e la sua dimensione cosmico-salvifica.
In un contesto culturale contemporaneo altrettanto frammentato, ci si può domandare quali sono oggi le ragioni che rendono credibile l’annuncio cristiano e, soprattutto, quale sia il valore di una testimonianza non sempre coerente con i valori che professa.









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